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L'uomo e la sua casa.

Un articolo sul rapporto tra la specie umana e il Pianeta a cura degli studenti della classe 4N del Liceo Falcone di Bergamo

Spolverando i libri sullo scaffale di casa mi è passato tra le mani un testo di Mendogni, “Il risveglio dell’anima”. Sfogliandone alcune pagine, sono rimasto colpito da una lettera di risposta scritta da un capo-tribù Pellerossa nel 1855 al Presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Pirce, che chiedeva alla sua tribù di vendere agli USA parte dei territori indiani. La lettura integrale della lettera di risposta del capo-tribù pellerossa ha fatto nascere in me alcuni interrogativi sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente, ma soprattutto sulla visione del mondo che la cultura occidentale ha elaborato nel corso di millenni di presunta civiltà.

Riporto alcuni passi di quella lettera per dare la possibilità di cogliere la differenza antropologica ed ecologica che intercorre tra la nostra cultura e quella indiana, rispetto alla relazione con l’ambiente, ma anche rispetto alla posizione che l’uomo crede di occupare sul pianeta, l’unico in grado, fino ad oggi, di ospitarlo.

“Come si possono comprare o vendere il cielo, il calore della terra? E’ un’idea assurda per noi. Come potreste infatti comprare da noi la frescura dell’aria o gli zampilli dell’acqua, dal momento che non ci appartengono? Ogni angolo di questa terra è sacro per il mio popolo”.

“Se vi vendiamo la nostra terra dovete ricordare ed insegnare ai vostri figli che i fiumi sono i nostri fratelli, e i vostri, e dovete quindi avere per loro lo stesso riguardo che avreste per un fratello. Ma sappiamo che l’uomo bianco non comprende il nostro modo di pensare. Per lui un pezzo di terra vale l’altro, poiché egli è uno straniero che arriva di notte e prende dalla terra tutto ciò che gli piace. La terra non è per lui come un fratello, ma come un nemico e una volta che l’ha conquistata, l’abbandona. Tratta sua madre la terra, e suo fratello il cielo, come cose che si comprano, si saccheggiano, si vendono, non diversamente da pecore o gemme scintillanti. La sua voracità divorerà la terra e lascerà dietro di sé solo il deserto”.

“Come possiamo mai vendervi queste cose e come potete comprarle? Forse che la terra è vostra e potete farne ciò che volete solo perché l’uomo rosso firma un pezzo di carta e lo dà all’uomo bianco? Ma rifletteremo sulla vostra offerta, perché sappiamo che se non vendiamo, l’uomo bianco può venire con i fucili e prendere la nostra terra. Ma anche i bianchi passeranno, forse più in fretta delle altre tribù. Continuate ad insudiciare il vostro letto e una notte morrete soffocati dalla vostra stessa immondizia”.

Dai brani sopracitati emerge una differenza ecologica importante tra la visione del mondo della cultura occidentale e la visione del mondo di una cultura, altrettanto secolare, come quella del continente americano, precolombiano. Il legame viscerale con la terra che emerge dalle parole del capo-tribù giustifica l’urlo incessante che il pianeta che ci ospita emette ormai da troppi decenni, purtroppo con pochi ascoltatori.

I brani sottolineano l’esigenza necessaria di un ripensamento del rapporto tra l’uomo e il pianeta che lo ospita e della sua gestione. Acqua, aria e terra, da ogni angolo del pianeta chiedono aiuto all’uomo, a quell’essere che ha contribuito a minacciarne gli equilibri, senza accorgersi che privandosi di essi non potrebbe continuare a vivere.

In una delle sue ultime encicliche, la “Laudato sì”, anche Papa Francesco ha sottolineato l’urgenza del momento in cui siamo: “All’interno in particolare della cultura della modernità, si è però prodotta una sorta di alienazione dell’uomo dalla sua condizione naturale che ha favorito lo sfruttamento irresponsabile della terra. “Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora”.

L’equilibrio tra terra e uomo è parte integrante della cultura contadina storica e i tre miliardi di agricoltori, di braccianti, di lavoratori rurali che esistono nel Pianeta sono consapevoli che se si spezzano gli equilibri che regolano il legame tra gli uomini e la terra, le conseguenze possono essere devastanti; così come hanno chiaro i valori universali dei limiti della terra e della biodiversità, l’importanza cioè di produrre ciò di cui si ha bisogno per sopravvivere rispettando i ritmi e i cicli della natura e le specificità dell’ambiente.

Per questo è fondamentale aspirare ad un futuro sostenibile, che rimetta al centro il rapporto tra uomo e ambiente circostante, tra attività umana e risorse disponibili, tra qualità e dignità della vita e del lavoro, senza dimenticarci di nessuno e senza compiere l’errore fatale di tenere come unico riferimento dello sviluppo della specie il profitto, il reddito e il consumo.

Dobbiamo puntare a modificare il paradigma dello sviluppo delle nostre comunità, puntare ad avere più verde, città e territori più vivi e sani e immaginarci come soggetti che non distruggono l’organismo che li ospita ma che anzi lo prendono in cura e lo sostengono. Il profitto immediato per l’arricchimento individuale in un ambiente a rischio e pieno di insidie per la nostra salute e la nostra vita è una pessima divinazione rispetto all’affermazione di un domani in salute e equilibrio. Per fare questo serve una rivoluzione culturale, pensare che vivere l’oggi e farlo esclusivamente pensando “al qui ed ora” sia insignificante e privo di valore senza la visione di un futuro sostenibile.

È una responsabilità che non possiamo eludere: bisogna dunque invertire l’andamento del dibattito odierno per fare un primo passo e svincolarsi dall’ottica per cui il meccanismo produttivo abbia come unica logica il soddisfacimento del consumatore e della commessa di un dato prodotto. Al giorno d’oggi il rapporto della maggior parte della popolazione con la natura si è attenuato, anche se sappiamo che non possiamo farne a meno. Come possiamo tutelarla allora?

A differenza della totalità degli altri animali, l’uomo abita il mondo costruendo delle reti di significati sopra un ambiente neutro, la natura. Interviene su un ambiente fisico preesistente, modificandolo, costruendo e arrivando addirittura a distruggerlo.

Quello che ci differenzia dal mondo animale è l’intenzionalità, cosa differisce una ragnatela da un’abitazione?

La prima cosa che ci viene da pensare è che il ragno nasce con delle conoscenze tali per cui nessuno deve insegnargli a tessere, mentre per l’uomo è necessaria una trasmissione di dati generazionali. Immaginiamo la conchiglia di un mollusco, la tana di un castoro e la casa umana.

La ragione per escludere la conchiglia è che essa fa parte del corpo del mollusco, il castoro, invece lavora sodo per costruire la sua tana. Analogamente, la casa è il prodotto delle attività dei suoi costruttori umani, dovremmo allora concludere che la tana del castoro è un’espressione della “castorità”, allo stesso modo in cui la casa è un’espressione umana? Dovunque siano i castori costruiscono le stesse tane, mentre gli esseri umani costruiscono case diverse. La differenza tra tana e casa, non sta nella costruzione, ma nelle origini del progetto che ne governa la costruzione. Gli esseri umani non costruiscono il mondo in un certo modo in virtù di ciò che sono, ma in virtù delle loro concessioni della possibilità. Mentre l’animale percepisce gli oggetti in quanto immediatamente disponibili per l’uso, all’uomo appaiono inizialmente come fenomeni i cui usi potenziali debbono essere assegnati, prima di utilizzarli.

Con il nostro continuo bisogno di cercare innovazione ed espansione, siamo arrivati a cambiare radicalmente gli equilibri di questo pianeta. Non c’è più da dubitare, siamo la causa dei cambiamenti che stanno colpendo il nostro pianeta, non possiamo più girarci dall’altra parte e continuare a fare poco o niente.

4N Liceo Falcone

Maggio 2021

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