EDITORIALE
Una circolarità virtuosa non è più un’opzione, bensì una condizione.
È la stessa realtà dell’economia, del mercato e della geopolitica a dirlo
Lo dicono le aziende, le grandi imprese e i gruppi internazionali, che producono, investono, rischiano, fanno profitti, generano lavoro e valore.
Lo dice la logica e il buon senso, di quanti - non tutti - riescono ad astrarsi dal proprio punto di vista, dal proprio specifico contesto personale o territoriale: se complessivamente consumiamo più risorse di quante ne vengono rigenerate, il gioco ad un certo punto finisce, le materie prime e l’energia divengono sempre più scarse e costose.
Il clima, la sostenibilità del pianeta e la capacità di rigenerare le risorse stanno cambiando, con certezza e sempre più rapidamente. E la causa principale è l’attività umana. Lo dice la scienza, lo dicono gli esperti, lo conferma la realtà di tutti i giorni, non i blogger improvvisati o i social network, che hanno sostituito i tradizionali discorsi da bar, con la fondamentale differenza che al bar, quantomeno, si conosceva chi parlava.
Lo dicono in tanti, lo percepiscono in tanti, lo capiscono in tanti: cittadini comuni, giovani e giovanissimi, non solo persone impegnate e attivisti, tante associazioni piccole e grandi, tante realtà economiche e istituzionali, ad ogni livello.
Con piacere vediamo che, poco a poco, quello che gli esperti già cominciavano ad anticipare 40 anni fa, oggi è diventato consapevolezza diffusa. Con piacere vediamo che la realtà e l’economia “vera” sono spesso più avanti dei discorsi comuni e delle cautele della politica, per non dire dell’ipocrisia di chi scaltramente nega o rema contro, solo per salvaguardare propri interessi, personali o nazionali, ed evitare di investire nel cambiamento.
Il Rapporto 2026 sull’Economia Circolare lo ribadisce chiaramente: “la circolarità è ormai un contenuto essenziale di una politica industriale all’altezza dei tempi”. Ma per non farlo dire solo dai rapporti ufficiali, dagli ambientalisti o dagli scienziati (come se non bastasse!), siamo andati a chiedere ad alcune aziende che nell’economia nel mercato e nel mondo reale ci devono stare, numeri alla mano: la transizione verso la circolarità delle risorse, dell’energia, del riciclo dell’acqua – ribadiscono - non è più una scelta, bensì una necessità sempre più urgente e inevitabile, oltreché un reale fattore di competitività.
Ne parleremo anche ad un convegno il 4 giugno a Bergamo: “Mapping Circular Economy”, con interventi di docenti universitari, partner internazionali, imprese del settore, operatori e addetti ai lavori, per comprendere la complessità ed evitare una superficiale contrapposizione inesistente tra Green economy ed economia reale, spesso enfatizzata ad arte dai media e da certa politica, che invece ha poco senso di fronte alla realtà dei dati e delle tendenze già in atto, accentuate in questi anni dalle crisi del mercato globale e dalla geopolitica.
Con dati e numeri alla mano, ma soprattutto con esempi e casi concreti di aziende e cooperative italiane ed europee, abbiamo inoltre realizzato nelle pagine a seguire una sezione con approfondimenti, interviste, ricerche, casi studio e tendenze in atto: l’abbiamo chiamata “Speciale economia circolare”, anche se, lo ripetiamo, “speciale” non deve più esserlo.
Diego Moratti
























































