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Laboratorio di giornalismo ambientale - Ist.Compr. Alzano L.do - Terza parte

Riscaldamento globale: cosa è e cosa non è

Il cambiamento climatico è irreversibile. Non parliamo più di problema, ma di emergenza

Il cambiamento climatico non è l’alterazione della temperatura dall’oggi al domani, un mese particolarmente freddo oppure una forte grandinata improvvisa. Il clima, infatti, è l’insieme della temperatura e degli eventi meteorologici nel corso di un lungo periodo. Per verificare se il clima sta effettivamente cambiando in modo anomalo dobbiamo osservare gli eventi che si presentano durante un arco di tempo di almeno 30 anni. Ed effettivamente, se da una parte è una cosa normale dato che il clima nella storia è sempre stato in cambiamento, dall’altra parte è indiscutibile che negli ultimi 100 anni c’è stato un aumento della temperatura mai successo prima.

Da che cosa è causato il cambiamento climatico?

È causato dai gas serra, tra cui metano, protossido di azoto e anidride carbonica. Essi derivano dall’utilizzo dei combustibili fossili, dai vulcani, dalla deforestazione, dalla produzione agroalimentare, dal settore dei trasporti. Quando vengono prodotti, bloccano la fuoriuscita dall’atmosfera terrestre di una parte degli infrarossi rilasciati dal pianeta, dopo l’entrata dei raggi solari. Il più diffuso tra questi gas è l’anidride carbonica (CO2), la cui concentrazione si è mantenuta negli ultimi 800mila anni tra 190 e 290 ppm (parti per milione) mentre negli ultimi 50 anni è salita vertiginosamente superando i 420 ppm. L'aumento della loro presenza in atmosfera è dovuto principalmente all'agricoltura e ai combustibili fossili, anche se esistono ambienti naturali come paludi, vulcani e sedimenti oceanici, che contribuiscono al loro aumento. La maggiore concentrazione di tutti questi gas ha aumentato la temperatura media del pianeta di circa 1,1 °C, rispetto alla media del periodo 1850-1900.

I punti di non ritorno

20 anni fa il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) ha introdotto l’idea dei 30 “punti di non ritorno”. Non si intende una “lista della spesa”, ma circostanze che, se vengono raggiunte, possono causare conseguenze impossibili da sistemare e infine portare ad una situazione critica irreversibile su scala globale. Gli scienziati affermano che attualmente 9 dei 30 punti siano già raggiunti e questo significa che non possiamo più permetterci di perdere tempo. Si parla ancora di “problema” climatico, quando in verità si è arrivati ad una vera e propria “emergenza” a livello planetario e, dopo ogni aumento di temperatura, aumenta anche la possibilità che si realizzino sempre più catastrofi.

Si sente spesso dire che se ognuno si impegnasse nel proprio piccolo, la situazione potrebbe migliorare, quando in realtà coloro che potrebbero concretamente intervenire in modo decisivo sono nazioni o aziende a cui non conviene collaborare per diminuire l’effetto serra. Un esempio pratico è la Russia, principale fornitrice di gas in tutto il mondo, a cui non conviene abbandonare questa economia da cui deriva la sua principale ricchezza; ma nella stessa direzione vanno anche Stati Uniti, Arabia Saudita e diversi altri stati ricchi di fonti fossili come petrolio e carbone.

Però c’è ancora speranza: la decarbonizzazione che si sta cercando di attuare in questi ultimi anni potrebbe limitare le produzioni di gas serra e forse in futuro riuscirà anche a farle diminuire. Registriamo infatti un forte incremento delle energie rinnovabili e l'abbassamento dei prezzi per la produzione di questa energia pulita perché non immette gas climalteranti ed è generata da fonti naturali non esauribili, come sole e vento.

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L'economia basata sullo sfruttamento è solo un'illusione

Passare all'economia circolare: i falsi vantaggi dell'economia lineare

Non sembra un concetto difficile, eppure le grandi istituzioni sembrano non arrivarci. Credono che possa tornare vantaggioso per vari motivi, ma il cambiamento climatico non è altro che un problema, da ogni punto di vista. Diverse imprese basano il loro profitto su risorse non rinnovabili, che spesso risultano più economiche e, a prima vista, anche più vantaggiose. Ma non hanno messo in conto, o vogliono ignorare, una conseguenza fondamentale ma facilmente prevedibile che accadrebbe continuando sulla via del consumo indiscriminato di risorse: l’intera economia mondiale crollerebbe. Non è un enfatizzazione. Le risorse, a furia di essere sfruttate, si esaurirebbero.

Se continuiamo a sfruttare il pianeta all’infinito, prima o poi non ci sarà più niente da utilizzare. Con l’esaurimento delle risorse disponibili, molte attività basate su di esse fallirebbero. Le persone impiegate in queste aziende finirebbero disoccupate e ciò causerebbe un calo drastico dei consumi. Il mercato entrerebbe in crisi, il sistema economico avvierebbe un circolo vizioso di “meno consumi-meno lavoro” e certamente sarebbe invece molto meno impegnativo prevenire il problema. Non dobbiamo per forza arrivare a quel punto. Finora l’economia principale è quella lineare, che utilizza nuove risorse, inquina e non ricicla o recupera materiali. Invece l’economia circolare sfrutta elementi già in circolo per crearne altri e dargli una nuova vita senza impiegare nuove risorse, quindi è più sostenibile e dovrebbe essere alla base del sistema produttivo.

L’importanza della politica

Le politiche degli Stati hanno un impatto sul clima più forte di quello che possiamo avere singolarmente tutti noi cittadini. Pertanto è molto importante che essi adottino politiche favorevoli alla transizione ecologica.

Per esempio l’Unione Europea ha adottato norme che mirano all’uniformità e alla riparazione di beni elettronici in modo che sia più facile ed economico sostituire i pezzi e ripararli, come la nuova normativa sul caricatore elettronico unico scattata a dicembre 2024: tutti i nuovi dispositivi elettronici dovranno essere dotati di una porta di ricarica standard Usb C, con l'obiettivo di ridurre l'impatto ambientale e facilitare la vita dei consumatori.

Buone politiche sono quelle che favoriscono la ristrutturazione degli edifici, il miglioramento dell’efficienza energetica, l’elettrificazione dei trasporti e la modernizzazione della sicurezza stradale che comporta, tra l’altro, il calo degli incidenti mortali per pedoni e ciclisti.

Ci sono alcuni Stati che propongono politiche che sostengono la transizione verso le energie pulite, ma anche Stati apertamente schierati a favore dell’estrazione di combustibili fossili e di un’economia lineare ed estrattiva. Purtroppo a volte il susseguirsi di capi di stato con visioni diverse causa l’interruzione, se non addirittura l’inversione di rotta, di politiche amiche del clima anche se già in fase esecutiva.

Da ciò deduciamo quanto è difficile modificare le sorti del nostro fragile pianeta. Come cittadini dobbiamo quindi essere consapevoli ed informarci correttamente per poter valutare ciò che propongono e mettono in atto i nostri governi.

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La realtà sulle migrazioni climatiche

Sicuro di sapere tutta la verità?

La migrazione climatica, o migrazione ambientale, si riferisce al movimento di persone da un luogo a un altro, a causa degli impatti diretti o indiretti dei cambiamenti climatici.

Il cambiamento climatico svela una grave ingiustizia: le popolazioni che hanno contribuito meno al degrado ambientale, sono quelle che lo subiscono maggiormente. Da una statistica preoccupante si evince che nel mondo quasi il 60% delle popolazioni costrette alla fuga si trova nei Paesi più vulnerabili all’impatto dei cambiamenti climatici, come Siria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Afghanistan e Myanmar.

Crisi climatica e crisi umanitaria

Crisi climatica e crisi umanitaria sono due facce della stessa medaglia. A ricordarlo sono Legambiente e UNCHR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, che nel nuovo report dal titolo “Un’umanità in fuga: gli effetti della crisi climatica sulle migrazioni forzate” ha fatto il punto su quanto sta accadendo oggi nel mondo, segnato da conflitti che non trovano pace e dall’emergenza climatica che avanza sempre di più, causando danni all’ambiente e colpendo in maniera sproporzionata le persone in situazione di vulnerabilità, perché già costrette alla fuga da guerre e violazioni dei diritti umani. I cambiamenti climatici, inoltre, rendono meno sopportabili le crisi, provocando nuovi sfollamenti e ostacolando i rientri in sicurezza.

I numeri parlano chiaro: sono oltre 114 milioni le persone costrette alla fuga da guerre e violenze a livello globale. Dagli orrori della guerra e delle persecuzioni alla dura realtà delle avversità indotte dal clima, le popolazioni costrette alla fuga sono spesso costrette a confrontarsi con questo doppio sforzo per sopravvivere.

Quello che i dati raccontano è che la maggior parte delle persone sfollate a causa di disastri ambientali rimane all’interno dei propri Paesi d’origine, spesso vivendo in aree altrettanto esposte ai rischi legati alle condizioni metereologiche, come inondazioni e tempeste.

Testimonianze Riportiamo 3 storie personali

Sambo Maiga, agricoltore nel villaggio di Taouremba nel Burkina Faso, racconta come la sua terra sia cambiata a causa dei cambiamenti climatici. Nel 2018, Sambo Maiga parte per la vicina Costa d’Avorio, per poi tornare a casa, da dove è costretto a fuggire con la sua intera famiglia a causa dell’esplosione di tensioni per le risorse e il potere tra vari gruppi armati. Ancora oggi è in cerca di sicurezza.

Madi Keita, 35 anni del Mali, ha lasciato il suo Paese nel 2008 all’età di 19 anni. “In Mali manca l’acqua e chi non ha acqua non ha la vita. Senza contare la sistematica assenza del rispetto dei diritti umani che caratterizza le politiche e le azioni del governo”. Nel 2009 arriva in Libia, anche qui le condizioni politiche e sociali precipitano e Madi decide di andare in Europa. Nel 2011 arriva in Sicilia, qui inizia una nuova vita, prende il diploma di terza media in Italia e si forma per diventare mediatore interculturale.

Jules Bitwiki Mende, fuggito dalla Repubblica Democratica del Congo a causa dell’acuirsi delle violenze nella regione, raggiunge con la sua famiglia l’Etiopia dove vengono registrati come rifugiati e ospitati nel campo di Sherkole. Grazie alla sua determinazione, qualche anno dopo si iscrive all’Università di Gambella dove si appassiona al tema della resilienza ai cambiamenti climatici. Con il programma University Corridors dell’UNHCR, ha ricevuto una borsa di studio per frequentare un Master presso l’università di Firenze, dove si è laureato a giugno 2023 in Natural Resources Management for Tropical Rural Development.

 

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