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Storia di una vigna. Nelle Langhe nasce Ghëddo

Due giovani si lanciano con successo in un’azienda vinicola all’insegna di qualità e sostenibilità

Ripartire dal territorio, recuperandolo e rivalorizzandolo, è uno dei punti cardine che ha dato vita all’azienda vinicola Gheddo. Questa è la storia di Giovanni e Mattia, amici sin da ragazzi, tra una vacanza in tenda e una vittoria ai mondiali. L’amicizia è rimasta salda nonostante la distanza geografica sia aumentata nel tempo, costellata da esperimenti culinari (non sempre ben riusciti, confessa Mattia) e centinaia di bottiglie stappate. Quando Giovanni si è stabilito nelle Langhe, è sorta l’opportunità di acquistare un pezzo di terra per piantare un vigneto: questo è stato l’esordio di Ghëddo.

Ghëddo in dialetto piemontese significa iniziativa, ma anche il brio con cui la si porta avanti. E’ ispirazione e caparbietà: è voglia di fare. In linea con questo spirito, il lavoro dell’azienda si fonda su tre pilastri: in primis il rispetto dell’ecosistema vigna, lavorando nel modo più sostenibile possibile, per il terreno e per chi berrà il prodotto finale. Nelle vigne di Ghëddo sono eseguiti il minor numero possibile di trattamenti e i prodotti utilizzati sono sicuri sia per l’ecosistema che per l’uomo.

Gli altri due pilastri, non meno importanti del primo, riguardano la produzione di un vino di qualità e il divertimento. La filosofia del minor intervento possibile viene applicata anche alla cantina. “Lavoriamo nella convinzione che il vino si fa in vigna e non in cantina e che tutto ciò che viene dopo la raccolta debba limitarsi a valorizzare le caratteristiche intrinseche del prodotto” spiega Mattia. “Però bisogna essere realisti e non peccare di ipocrisia: ogni annata è differente e non sempre si riesce a produrre un vino potabile senza il minimo intervento in cantina (lieviti prima di tutto). Siamo convinti che sia molto più sostenibile ed etico intervenire in cantina piuttosto che buttare via una botte”.

Il recupero dell’antico Ciabot

Il Ciabòt è una costruzione tipica dei terreni agricoli piemontesi che nasce poiché, prima dell’avvento del trattore, i contadini non avevano tempo di rientrare nell’arco della giornata alle proprie abitazioni: da qui la necessità di costruire un riparo semplice ma funzionale in cui riposarsi, mangiare e ricoverare attrezzi agricoli. Sopperiva inoltre alla necessità di avere una fonte d’acqua per irrigare nei periodi di siccità e abbeverare il bestiame: molti Ciabòt hanno al proprio interno un pozzo che raccoglieva l’acqua piovana convogliata dai pluviali. Giovanni e Mattia da tempo desideravano aprire un punto degustazione e vendita diretta: in un’ottica di sostenibilità hanno recuperato un edificio preesistente invece che costruirne uno nuovo consumando suolo e materiali. Si tratta un edificio settecentesco su 2 piani.

I Paesaggi vitivinicoli delle Langhe-Roero e del Monferrato sono Patrimonio Unesco, per questo durante il restauro del Ciabòt hanno cercato di rispettare le caratteristiche dell’edificio, recuperando elementi architettonici e restaurando o trasformando gli arredi in legno originali. Non è comune il recupero di questo tipo di strutture poiché sono di dimensioni generalmente troppo ridotte per suscitare l’interesse dei vignaioli locali.

L’aspetto più romantico della vicenda è che il recupero di questo piccolo edificio genera dalla promessa fatta, con una stretta di mano, alla proprietaria che ha venduto loro il terreno in origine.

Un’azienda sempre più sostenibile

Il team di Ghëddo si sta adoperando per eliminare la plastica da tutto il ciclo produttivo, dallo scotch alle etichette fino alle capsule che chiudono le bottiglie. “La sostenibilità per noi è data per scontata” racconta Giovanni. “In primis siamo noi a lavorare nel vigneto dove spesso giocano i nostri figli. Al bando quindi fitofarmaci dannosi per persone ed ecosistemi”. Il lavoro in vigna rende spesso necessario l’affiancamento di altre persone: Ghëddo collabora unicamente con realtà che garantiscono ai propri impiegati paghe congrue e turni di lavoro a norma di legge. E’ già capitato in passato, grazie a indagini condotte internamente, di allontanare cooperative che non rispettavano il lavoratore.

Tutti i tirocinanti che collaborano con l’azienda sono retribuiti, in quanto la sostenibilità parte proprio dal rispetto della persona e dal riconoscimento di un’equa corresponsione economica per il lavoro profuso. L’azienda è saldamente contraria alla nota usanza italiana per cui giovani risorse vengono impiegate a titolo di stage senza ricevere in cambio né formazione, né retribuzione: un positivo esempio del connubio tra business e sostenibilità intesa come rispetto del territorio e delle persone, ottenendo un prodotto di alta qualità.

Laura Zunica

 
 
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