SPECIALE ECONOMIA CIRCOLARE
Il mondo delle cooperative può diventare un laboratorio di relazioni e innovazione, un ecosistema collaborativo di reti locali, nazionali ed europee
Nel dibattito europeo sull’economia circolare, il tessile sta diventando uno dei temi più urgenti e complessi. Non soltanto per il peso ambientale dell’industria della moda, oggi tra le più impattanti al mondo, ma perché il sistema globale della fast fashion sta mostrando in modo sempre più evidente le proprie contraddizioni: sovrapproduzione, capi di bassissima qualità, sfruttamento del lavoro, montagne di rifiuti e filiere opache che attraversano continenti interi.
Negli ultimi anni, anche in Italia, il settore degli indumenti usati ha vissuto una trasformazione profonda. Quello che fino a poco tempo fa appariva come un sistema relativamente stabile — raccolta, selezione, riuso e vendita del second hand — è entrato in una fase di crisi e riconfigurazione. L’arrivo dell’ultra fast fashion, la saturazione dei mercati internazionali dell’usato e il crollo del valore economico dei materiali tessili hanno messo sotto pressione cooperative sociali, operatori ambientali e amministrazioni locali.
Eppure, proprio dentro questa crisi, si sta aprendo uno spazio nuovo. Uno spazio che riguarda non solo il riciclo dei materiali, ma il modo stesso in cui immaginiamo le città, il lavoro e le comunità del futuro. A Bergamo, una delle esperienze più interessanti in questa direzione è quella sviluppata dalla Cooperativa Impresa Sociale Ruah attraverso Triciclo Bergamo e la rete Riuse, un sistema che negli anni ha cercato di coniugare economia circolare, inclusione sociale e sviluppo territoriale.
Oltre il cassonetto
Quando si parla di raccolta degli abiti usati, l’immaginario collettivo è spesso molto semplice: un cassonetto giallo in strada e qualcuno che periodicamente lo svuota. In realtà, dietro quel gesto quotidiano esiste una filiera complessa, fatta di autorizzazioni ambientali, logistica, tracciabilità dei rifiuti, selezione dei materiali, rapporti con i Comuni, gestione degli scarti e mercati internazionali.
In Italia, gli abiti inseriti nei cassonetti diventano tecnicamente rifiuti e devono quindi essere gestiti secondo una normativa ambientale rigorosa. Questo significa trasporto autorizzato, formulari di identificazione dei rifiuti, impianti certificati e controlli continui. Ma nel caso delle cooperative sociali il tema non è solo ambientale: la raccolta tessile diventa anche uno strumento di inclusione e lavoro.
Per anni il sistema degli indumenti usati ha rappresentato un settore capace di creare occupazione per persone fragili, sostenere progetti sociali territoriali e generare valore economico reinvestito nelle comunità locali. Nel territorio bergamasco, il lavoro sviluppato da Ruah insieme alle realtà della rete Riuse si è mosso proprio in questa direzione: costruire una filiera trasparente, certificata e radicata nel territorio.
Dentro questo ecosistema, Triciclo Bergamo rappresenta forse l’elemento più visibile e simbolico. Non è soltanto un negozio dell’usato. È un luogo dove il riuso incontra l’educazione ambientale, la socialità e l’inclusione. Qui il concetto di economia circolare prende una forma concreta e quotidiana. Abiti, mobili e oggetti non vengono semplicemente recuperati, ma rimessi in circolo attraverso relazioni, laboratori, attività educative e percorsi lavorativi. Negli anni, Triciclo ha lavorato anche sul piano culturale, cercando di spostare il discorso pubblico dal semplice “smaltimento” verso un’idea diversa di consumo e responsabilità collettiva.
È un cambio di paradigma sempre più necessario: il problema non è soltanto dove finiscono i vestiti, ma quanti ne produciamo, quanto durano e quale modello economico li genera.
Fast fashion e ultra fast fashion
L’industria tessile è responsabile di enormi consumi di acqua, emissioni climalteranti e utilizzo di sostanze chimiche. Negli ultimi vent’anni, la quantità di abiti immessi sul mercato globale è cresciuta in modo esponenziale, mentre il tempo medio di utilizzo dei capi si è drasticamente ridotto. L’ultra fast fashion ha accelerato ulteriormente questo processo: collezioni che cambiano ogni settimana, prezzi bassissimi, acquisti compulsivi e qualità sempre più scarsa. Il risultato è che moltissimi capi arrivano rapidamente a fine vita, spesso senza reali possibilità di riuso o riciclo.
Le cooperative sociali che lavorano nella raccolta tessile si trovano oggi a gestire materiali molto diversi rispetto al passato: fibre miste difficili da trattare, capi con valore commerciale quasi nullo, aumento degli scarti e costi logistici sempre più elevati. Anche a Bergamo si è resa necessaria una riorganizzazione della rete di raccolta, con una riduzione strategica dei cassonetti e una revisione complessiva dei modelli operativi. Ma sarebbe un errore leggere questa fase solo come una crisi: è una transizione strutturale.
L’EPR e il futuro del tessile
La vera svolta potrebbe arrivare con la nuova normativa europea sulla Responsabilità Estesa del Produttore (EPR). Il principio è semplice: chi produce tessili dovrà contribuire economicamente alla gestione del loro fine vita. Non saranno più solo i territori, i Comuni o le cooperative a sostenere i costi della raccolta e del trattamento dei rifiuti tessili.
Questo scenario può aprire possibilità importanti: investimenti in infrastrutture, sistemi avanzati di selezione, innovazione tecnologica, maggiore tracciabilità, incentivi al design sostenibile e sviluppo di filiere locali. Ma esiste anche un rischio: che la transizione venga guidata esclusivamente da logiche industriali e finanziarie, marginalizzando il ruolo delle economie sociali e territoriali. Per questo, sempre più realtà cooperative stanno cercando di posizionarsi non come semplici gestori di rifiuti, ma come infrastrutture sociali della transizione ecologica.
Riuse e Retessile: generare valore per la comunità
Nella trasformazione che il settore tessile sta attraversando, nessuna organizzazione può affrontare da sola la complessità del cambiamento. Servono reti capaci di lavorare su piani diversi ma complementari, tenendo insieme sostenibilità economica, responsabilità ambientale e funzione sociale.
Da una parte esistono reti operative e imprenditoriali, come Riuse, nate per costruire filiere concrete di raccolta, gestione e valorizzazione degli indumenti usati. Attraverso la collaborazione tra cooperative sociali, la rete ha permesso di sviluppare economie di scala, relazioni con il territorio, gestione condivisa dei flussi e modelli più strutturati di commercializzazione e organizzazione della filiera.
Dall’altra stanno emergendo reti con una funzione più strategica e di posizionamento, come Retessile, che a livello nazionale lavorano per rappresentare il settore nel confronto con istituzioni, sistemi EPR, produttori e decisori politici. In un momento in cui l’intero comparto è chiamato a ridefinirsi, diventa fondamentale costruire spazi comuni di confronto, advocacy e visione. Riuse e Retessile sono due gambe della stessa transizione. Una costruisce la filiera economico-operativa; l’altra lavora sulle condizioni politiche e strategiche perché quella filiera possa avere futuro.
È probabilmente questo uno dei grandi temi del prossimo decennio: passare da singole esperienze territoriali a ecosistemi collaborativi capaci di connettere impresa sociale, innovazione, sostenibilità, sviluppo locale e rappresentanza nazionale.
Laboratorio di innovazione sociale
In questo contesto, Bergamo presenta caratteristiche particolarmente interessanti. Il territorio dispone di una forte tradizione industriale, un ecosistema cooperativo consolidato, reti sociali diffuse, competenze ambientali, esperienze avanzate nel riuso, scuole, università e soggetti del terzo settore attivi sui temi della sostenibilità. Eppure manca ancora un vero hub territoriale dedicato al tessile circolare capace di integrare logistica, selezione, educazione ambientale, innovazione sociale e sviluppo imprenditoriale. Altri territori lombardi stanno già investendo pesantemente in questa direzione. L’apertura del Textile Hub di Rho, promosso da Vesti Solidale, rappresenta uno dei segnali più evidenti di questa trasformazione.
La cooperativa Ruah e le Reti del settore sono consapevoli che il futuro del tessile non si giocherà solo sulla tecnologia. Si giocherà soprattutto sulla capacità di costruire alleanze, reti locali e nuove culture del consumo. La transizione ecologica non può limitarsi a spostare materiali da un impianto all’altro. Deve cambiare il rapporto tra produzione e consumo, tra città e rifiuti, tra lavoro e dignità, tra economia e comunità. Se saprà cogliere questa sfida, il mondo delle cooperative potrà diventare un laboratorio territoriale in cui il tessile non viene visto solo come problema ambientale, ma come occasione di innovazione sociale.






























































