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Coltivatori d'interesse

Coltivatori d'interesse

Bayer acquista Monsanto per 66 miliardi di dollari con conseguenze che riguardano il mercato internazionale l’agricoltura locale e il consumatore finale

Cinque chili di grano duro per permettersi un caffè al bar. È questo il paradosso del piccolo agricoltore nell’epoca dei limoni argentini e delle grandi fusioni.

In Italia ogni anno si producono 49 milioni di quintali di grano duro (quello per la pasta) mentre per quanto riguarda il grano tenero (pane, biscotti), la produzione supera i 30 milioni di quintali.

Siamo i primi produttori e i primi consumatori di pasta al mondo eppure non riusciamo a coprire il fabbisogno nazionale, dunque importiamo il grano duro dall’estero. A ciò si aggiunge un dato spiazzante: il prezzo del grano è rimasto invariato negli ultimi trent’anni e si aggira attorno ai 14 euro al quintale mentre il prezzo del pane, nonostante sia difficile rendersene conto, è aumentato del 1450%.

Cosa succede dal campo alla tavola?

L’aumento di prezzo avviene lungo tutta la filiera alimentare perché non c’è trasparenza, pertanto la vendita del grano non copre più i costi del produttore; sono tante allora le aziende agricole costrette a chiudere i battenti, circa 200 all’anno.

Si tratta di realtà spesso minuscole, ma sono queste le dimensioni più consone alla qualità dei prodotti alimentari made in Italy.

All’origine del problema c’è secondo alcuni una difficile tracciabilità del prodotto e una concorrenza sleale sul mercato. Secondo Carlo Petrini, presidente di Slow Food, tutti i prodotti dovrebbero riportare sulla confezione l’origine della materia prima che li compone insieme ai vari costi di filiera.

Una confezione di pasta di grano duro prodotto in Italia finisce per avere un costo maggiore della stessa pasta il cui grano proviene da altre zone nelle quali i controlli, la manodopera e in generale i costi sono inferiori, mentre generalmente il consumatore si fa tentare dalla vocazione al risparmio o da una scelta frettolosa, piuttosto che dalla consapevolezza.

Un altro paradosso in questo senso riguarda i limoni: innumerevoli poeti hanno tessuto le lodi dei limoneti italiani eppure sul banco del supermercato vince l’agrume di nazionalità argentina, perché ancora una volta il prezzo è più basso e allora ecco che i limoni italiani non li vuole più nessuno.

Un discorso di filiera analogo è quello del latte italiano, trattato ogni mese nella relativa rubrica di infoSOStenibile.

La criticità sta nel fatto che oggi l’azienda agricola deve sottostare alle leggi di mercato e alla cosiddetta «libera concorrenza» proprio come qualsiasi settore industriale, basato sul produttivismo più cieco e standardizzato, secondo cui se aumenta la produzione, aumenta anche il reddito.

Purtroppo secondo i dati le cose sono cambiate: il 2016 è stato un anno record in termini di produzione ma il prezzo del prodotto è crollato, così le attività agricole sono costrette a chiudere.

A ciò si aggiunge, in alcuni casi, un problema di speculazione dato che le grandi aziende molto spesso stoccano per due o tre anni grossi quantitativi di grano, per immetterlo sul mercato non appena le quotazioni risalgono.

Ecco che allora si fa presto a passare dal piccolo agronomo siciliano al grande mercato globale con i cambiamenti che proprio quest’anno interessano particolarmente il comparto agrochimico.

È del 15 settembre la notizia che l’azienda chimica e farmaceutica tedesca Bayer ha acquistato per 66 miliardi di dollari la statunitense Monsanto, dando vita a una delle più grandi aziende agrochimiche del mondo.

Questo si presta ad essere l’anno delle fusioni, perché intanto anche i due colossi della chimica DuPont e DowChemicals stanno lavorando a un matrimonio da cui potrebbero nascere un gruppo agrochimico insieme ad altre ramificazioni del business.

Non dimentichiamo poi che lo scorso febbraio Syngenta, la multinazionale svizzera delle semenze e dei prodotti chimici per l’agricoltura, ha accettato un’offerta da 43miliardi di dollari dalla China National Chemical Corp.

Verso il monopolio incondizionato

Cosa spinge colossi mondiali come Bayer e Monsanto a fondersi? Non si tratta, come molti sono spinti a credere, di un atto di superomismo, né c’entra l’anelito a rincorrere grottescamente il titolo di «Male Supremo»; si tratta, come sempre, di pecunia.

Occorre tuttavia fare un passo indietro: vent’anni fa venivano introdotte nelle aziende agricole statunitensi le prime sementi geneticamente modificate, poi diventate virali. È stata proprio Monsanto ad aver cavalcato l’onda nel modo più redditizio, vendendo le sue sementi e concedendo l’uso di geni modificati ad altre aziende produttrici di sementi come la DuPont e la Syngenta.

La strategia era tutto sommato semplice: le piante cresciute da semi ogm erano progettate per resistere, in sinergia a un unico erbicida, a tutti i tipi di erbacce infestanti e insetti; in questo modo gli agricoltori avrebbero potuto spendere molto meno per l’acquisto di prodotti chimici.

L’allettante offerta permetteva a Monsanto e ad altri di imporre un prezzo più alto per sementi geneticamente modificate dette Roundup ready, ovvero pronte a resistere al glifosato, il discusso erbicida prodotto dalla stessa Monsanto. Lo stratagemma monopolizzante ha funzionato molto bene per diversi anni, al punto che secondo i dati del dipartimento dell’agricoltura statunitense (Usda) quest’anno il 94% delle coltivazioni di soia e il 92% di quelle di mais provengono da semi geneticamente modificati.

Ora però le cose iniziano a cambiare: infatti se la spesa per le sementi è quasi quadruplicata rispetto al 1996, negli ultimi tre anni i prezzi dei principali prodotti agricoli sono diminuiti e nel 2016 molti agricoltori hanno cominciato a rimetterci in termini economici.

Secondo le previsioni dell’Usda i prezzi di mais, soia e grano resteranno molto bassi per il prossimo decennio, pertanto le aziende produttrici di sementi avranno grosse difficoltà a imporre aumenti di prezzo consistenti. Come se non bastasse la biotecnologia estensiva e intensiva in agricoltura sta mostrando i propri limiti.

Alcune erbe infestanti come il caglio, il loglio rigido e l’amaranto stanno sviluppando una forte resistenza al glifosato infestando i campi, quindi gli agricoltori sono costretti a comprare ulteriori prodotti chimici, più forti e dannosi per tentare di estirparle.

Si spiega meglio ora il boom di fusioni a cui stiamo assistendo: i colossi del settore agrochimico corrono ai ripari cercando di abbattere i costi e sfruttare economie di scala per affrontare la diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli, con l’immediata conseguenza di ristrutturazioni forzate dell’organico e tagli ingenti al personale.

I rischi del matrimonio

Dalla variazione dei prezzi sul mercato mondiale alle scelte del piccolo agricoltore, questa rapida concentrazione di super potenze avrà conseguenze importanti sul settore agroalimentare e non solo. Innanzitutto le fusioni implicano sempre una diminuzione della concorrenza e una pericolosa propensione a una dittatura monopolistica.

A rischio è poi la biodiversità perché alle grandi commodities non interessa proporre un’ampia gamma di semi da cui non trarrebbero profitti rilevanti, preferiscono invece investire sulla produzione in larga scala di semi redditizi, con buona pace di chi sostiene che alla base di un’alimentazione corretta e sostenibile, oltre che equamente distribuita, stia appunto la varietà e la qualità dei prodotti agricoli.

Novità ulteriori potrebbero riguardare proprio l’Europa, perché se le restrizioni europee concernenti gli ogm derivavano in gran parte dalla presenza di un unico colosso d’oltre oceano, ora le cose potrebbero cambiare; Bayer-Monsanto avrebbe infatti tutto l’interesse a diffondere le colture ogm anche in Europa, mentre prima della fusione il libero accesso a sementi modificate avrebbe accusato un calo nei consumi di pesticidi ed erbicidi.

Le reazioni del mondo agricolo in Italia

Il timore più grande è la «colonizzazione» di un mercato strategico e i possibili condizionamenti produttivi.

Da Coldiretti arriva la difensiva: «Non vorremmo finire a fare i mezzadri di questo colosso», in quanto già oggi la soia non ogm e il riso sono prodotti di nicchia e pertanto da preservare. Un dato positivo sempre secondo Coldiretti c’è: la fusione rappresenterebbe il segnale di fallimento delle colture ogm, diminuite del 18% in Europa e con una generale inversione di tendenza a livello mondiale; diversi agricoltori statunitensi, infatti, stanno valutando di tornare a colture tradizionali per l’anno che verrà visto che il gioco delle super sementi non vale la candela.

Come reagire dunque? Sicuramente diventa fondamentale oggi più che mai salvaguardare con maggiore impegno il patrimonio unico di biodiversità che permette la tutela dell’ambiente e della competitività del made in Italy, così prezioso per la nostra economia.

Senza contare che la scelta di prodotti composti da materie prime scadenti ha un impatto sulla salute e sull’economia: sono sempre più numerosi i casi di celiachia e negli ultimi anni si è registrato un aumento considerevole delle allergie stagionali: un caso?

Per molti studi no, oltre ai cambiamenti climatici, infatti, responsabile di questo nuovo tipo di disturbi è anche un’alimentazione scadente.

Per quanto riguarda l’Italia poi, sarebbe doveroso puntare sul settore agricolo viste le risorse naturali e le competenze di cui disponiamo; è innegabile che si stia assistendo a un lento riavvicinamento dei giovani alla terra con esempi molto virtuosi, ma il cammino è ancora lungo e investire in questo senso dovrebbe essere un obbligo morale per un paese che si rispetti.

Continuare a investire sulla ricerca dovrebbe sì assimilarsi a obbligo morale collettivo, ma bisogna farlo in funzione del rispetto di una sostenibilità ambientale, economica e sociale, e non sembra certo questo lo spirito con cui si celebra il matrimonio Bayer-Monsanto.

Un’agricoltura locale stremata ha un impatto profondo anche sul cittadino che in campagna non ha mai messo piede; scegliere un prodotto sviluppando una cognizione della sua provenienza e dei diversi passaggi che lo hanno portato sullo scaffale di fronte a noi, provoca un impatto significativo a livello economico, sociale, sanitario e ambientale.

Prendiamoci il tempo di una spesa consapevole, ne beneficeremo tutti.

Mara D’Arcangelo

Ottobre 2016

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