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SPECIALE RITORNO ALLA MONTAGNA - Per radici o per scelta

Viaggio tra chi oggi sceglie di vivere le terre alte

In montagna abitano circa 7 milioni di persone: giovani o meno giovani, montanari per nascita o per scelta di vita, capaci di conciliare l'asprezza della vita in quota con l'innovazione e le progettualità sostenibili

La frontiera del futuro in Italia oggi non spinge sui confini ma saggia le altitudini. È alle terre alte del nostro Paese che sempre più persone guardano alla ricerca di nuovi stili di vita: più sostenibili, più autentici, più in sintonia con la natura. E dopo un anno e mezzo di pandemia - tra lockdown e restrizioni, città che diventano improvvisamente gabbie e aria sempre più inquinata – cresce il numero di chi torna a guardare con interesse a quelle “terre dell'osso”, le aree di media montagna che i nonni e bisnonni abbandonarono decenni fa e che oggi invece sono tornate a essere attrattive. Perché naturalisticamente belle. Perché isolate. Perché non cementificate. Perché cariche di storia e tradizioni. Ma, soprattutto, perché capaci di offrire prospettive, anche economiche e imprenditoriali, a chi le sa guardare con occhi diversi: non più terre della miseria, ma terre di rinascita.
All'insegna, ovviamente, dell'economia circolare, della valorizzazione locale, del turismo consapevole, del recupero di saperi e del dialogo tra innovazione e tradizione.

Un paese di tante ossa e poca polpa

Parlare delle terre alte significa parlare di un territorio vastissimo, diversificato, marginalizzato dai modelli di sviluppo degli ultimi decenni ma al tempo stesso maggioritario sotto l'aspetto geografico: il 35,2% del territorio italiano è montuoso, il 41,6% collinare.

Percorso com'è dalle due dorsali delle Alpi e degli Appennini, il nostro è un Paese di “tante ossa e poca polpa”, un “Paese di paesi” che si è visto accentrare progressivamente su coste e città lasciando così vuota e abbandonata la sua predisposizione naturale al policentrismo, all'essere diffuso. Da nord a sud Italia, il territorio montano – fatte salve poche eccezioni dalla fortissima impronta turistica – è unito da un comune destino di spopolamento, invecchiamento, immobilismo e perdita di servizi essenziali, in un circolo vizioso che ha portato alla morte o all'agonia di numerosissime zone, fino a una cinquantina d'anni fa ancora ampiamente abitate e vissute. Qualsiasi discorso sul riabitare le terre alte va quindi inserito in questo contesto: un contesto difficile e fragile, tanto sotto il profilo ambientale quanto sotto quello sociale, che tuttavia sta riacquistando contezza del suo valore e delle sue potenzialità, rifiutando facili stereotipizzazioni e idealismi fuorvianti e ponendosi al contrario come laboratorio di un futuro sostenibile possibile.

Ritorno alle terre alte: un po' di dati

Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia sono 7 milioni le persone che vivono sopra i 600 metri di altitudine, sparpagliati nei 4000 comuni montani del nostro Paese. Un numero esiguo rispetto alla totalità della popolazione italiana, che invece si concentra nei centri urbani o nelle aree costiere: tuttavia, ricerche e analisi mirate sulle aree interne – montane e collinari per definizione – dimostrano che la tendenza sta cambiando. Un esempio è lo studio “Giovani dentro”, sui giovani dai 18 ai 39 anni che abitano le aree interne italiane, avviato nell'ottobre 2020 dall'associazione Riabitare l'Italia, supportato da Fondazione Vismara e CoopFond e con GSSI, CREA, Osservatorio Giovani – UniSa, CPS – UniTo ed Eurach Research come partner scientifici. Suddivisa in quattro fasi, la ricerca ha evidenziato che il 67% dei giovani tra i 18 e i 39 anni che nasce in montagna intende restarci; il 54% è ritornato nella terra d'origine dopo un'esperienza altrove e il 41% ha frequentato o frequenta l'università. Il forte legame con la comunità, la possibilità di contatti sociali più gratificanti e la migliore qualità della vita sono le principali motivazioni che spingono i giovani a restare.

Attenzione però: bando ai luoghi comuni, perché non è vero che – come pregiudizio vuole – rimangono solo i meno qualificati. Al contrario, l'identikit del montanaro di oggi mostra giovani formati, dall'alto titolo di studio e con l'intenzione o il desiderio di sviluppare in loco progettualità di alto livello in ambito agricolo, pastorale, artigianale, ma anche turistico o dei servizi informatici: progettualità attente all'ambiente e alla circolarità così come alle tradizioni locali e all'innovazione tecnologica.

«Sebbene questi luoghi siano caratterizzati da una storia di progressivo abbandono del territorio e di spopolamento, c’è chi ha voglia e desiderio di scommetterci investendoci, trasferendosi, dando alla luce nuove attività e progetti», racconta Mia Scotti, del gruppo promotore di Riabitare l'Italia. «Esiste un flusso migratorio inverso, dalle città verso la montagna e le aree rurali, che coinvolge diversi soggetti alla ricerca di nuove opportunità di vita e lavoro. Tra questi rientrano i cosiddetti nuovi montanari, popolazione giovane, che si stabilisce volontariamente in queste zone dalle città (o ritorna nelle aree interne, dopo aver studiato e lavorato nelle zone urbane), e che è una risorsa sociale e lavorativa importante per i territori marginali».

In tutto questo, ovviamente, non manca la consapevolezza delle difficoltà oggettive che comporta l'abitare in montagna: la lontananza dai centri urbani si traduce spesso in lontananza dai servizi essenziali, il trasporto pubblico locale è carente quando non del tutto assente, il progressivo abbandono ha portato con sé un inselvatichimento di ritorno del paesaggio e una contestuale mancanza di manutenzione ordinaria dei boschi, dei sentieri e delle strade. Tuttavia, specifica ancora Mia Scotti, «la lontananza dai grandi agglomerati urbani, se può essere un elemento di svantaggio sotto alcuni aspetti, ha anche consentito a questi stessi luoghi di preservarsi e conservare i propri elementi di unicità. Le aree interne sono territori che si distinguono, con un patrimonio unico del saper fare, depositari di tradizioni artigianali, culinarie, produttive uniche in Italia e al mondo. Sì, ci sono delle sfide e delle situazioni di difficoltà che li caratterizzano e che devono essere oggetto di adeguate politiche, ma non si tratta di territori da “aiutare”, piuttosto territori con cui progettare nuove e uniche strade di sviluppo».

Lo speciale “Ritorno alla montagna” è curato da Erica Balduzzi, curatrice del progetto Montanarium (www.montanarium.com)

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Montagna... da studiare

Che ci sia un interesse di ritorno sul tema dell'abitare in montagna è testimoniato anche dal crescente sviluppo di corsi di formazione o di approfondimento dedicati alle terre alte. L'Università degli Studi di Bergamo ha lanciato ad esempio quest'anno la prima edizione del corso di perfezionamento “Valorizzazione dei beni culturali, paesaggistici e ambientali della Montagna”, mentre CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria) è la capofila del progetto che nel 2022 porterà alla prima Scuola Nazionale di Pastorizia (SNAP), dedicata all'approfondimento proprio di questo mestiere. Dal 1996 è invece attivo a Edolo, nel cuore della Val Camonica bresciana, il corso di laurea in Valorizzazione e tutela dell'ambiente e del territorio montano: nel corso degli anni l'Università della Montagna, centro universitario di formazione e ricerca di alto livello nato dalla collaborazione tra enti territoriali (Comune di Edolo, Consorzio dei Comuni B.I.M. di Valle Camonica, Provincia di Brescia, Unione dei Comuni Alpi Orobie Bresciane e Comunità Montana di Valle Camonica) e l'Università degli Studi di Milano, è diventata un punto di riferimento per la ricerca scientifica applicata inerente al territorio montano nel suo complesso, grazie anche al Centro di Studi Applicati per la Gestione Sostenibile e la Difesa della Montagna (Ge.S.Di.Mont.), nato nel 2006.

Novembre 2021

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