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Speciale Agricoltura - INTERVISTE: Damiano Di Simine

In questo numero: SPECIALE AGRICOLTURA con INTERVISTE A SEI ESPERTI DEL SETTORE

Damiano Di Simine - Responsabile scientifico Legambiente Lombardia

Secondo lei, in estrema sintesi, quali ragioni hanno gli agricoltori alla luce delle recenti proteste svolte in Italia e in Europa e cosa invece non condivide delle loro rivendicazioni?

Hanno ragione nel chiedere un’adeguata retribuzione della loro attività: i produttori agricoli sono l’anello debole della filiera che parte dai fornitori di mezzi tecnici (trattori, pesticidi, fertilizzanti, sementi) e arriva alla distribuzione passando per l’industria alimentare. E hanno ragione nel chiedere una modifica radicale della Politica Agricola Comune, la PAC, che dovrebbe proprio garantire il reddito agli agricoltori ma in realtà è ostaggio di rendite dure a morire. Si pensi che in Italia l’80% degli aiuti va al 20% degli agricoltori, quelli che già dispongono di più terreni o più capi allevati. E’ invece strumentale attribuire al Green Deal la responsabilità di questa condizione, anche perché le tanto attese norme sulla sostenibilità ambientale dell’agricoltura (riduzione di fertilizzanti e pesticidi, aumento degli habitat naturali nelle aree di agricoltura intensiva, norme anti-inquinamento per i grandi allevamenti bovini) non sono mai state approvate, dunque si può non condividere lo spirito del Green Deal, ma di certo non gli si può imputare alcuna responsabilità per le difficoltà economiche delle aziende agricole.

C’è un livello macro, globale, che concerne coltivazioni, allevamenti e trasformazioni industriali per un sistema alimentare organizzato su scala mondiale (comprese distribuzione e logistica) e un livello micro di agricoltura, spesso più tradizionale, legata alle specificità del territorio e a pratiche di comunità. Come possono convivere?

Non potendo prescindere dalla scala globale di scambi e quotazioni delle commodity agricole, occorre da un lato puntare al rafforzamento delle nostre specialità e dall’altro avvicinare il mondo del consumo a quello della produzione agricola, ridurre le intermediazioni, sostenere l’integrazione di filiera e la promozione di distretti agricoli, per permettere alle aziende di trattenere maggiori quote del valore generato dalla loro attività. Iniziative come la vendita diretta in azienda o i gruppi di acquisto sono d’aiuto, ma ad un’altra scala bisogna anche ripensare i disciplinari di produzione, per legare le specialità al territorio. Dovremmo smettere di produrre Grana Padano o Prosciutto di Parma DOP da animali ingrassati a soia OGM sudamericana e mais ungherese. Certo, senza importazioni di mangimi la Lombardia potrebbe mantenere metà degli animali che oggi alleva, ma l’aumento di valore del prodotto potrebbe più che compensare la contrazione dei volumi produttivi. E le aziende potrebbero differenziare le loro produzioni per diventare più resilienti alle crisi del mercato globale e a quelle del clima.

Quali sono i tre obiettivi e iniziative prioritarie, sia legislative ma non solo, che le istituzioni pubbliche (europee e nazionali) devono perseguire per incidere su questo complesso sistema agroalimentare, a favore di tutti i cittadini?

Serve una modifica della PAC atta a trasformare gli attuali aiuti per ettaro in sostegno al lavoro, spostando risorse a beneficio delle aree montane e delle imprese rette da giovani agricoltori, per favorire il ricambio imprenditoriale. Le politiche agroambientali devono essere una opportunità per le aziende, di cui occorre remunerare non solo la produzione vendibile, ma anche i servizi di gestione e presidio di territori ed ecosistemi fragili. Occorre poi dare attuazione alla strategia Farm to Fork, riducendo gli input inquinanti e sostenendo la transizione alimentare, per far sì che la dieta di riferimento dei cittadini europei sia più sana, più ricca di verdura di stagione, cereali e legumi. Facendo sì che gli alimenti più sani, quelli biologici, smettano di essere una scelta riservata a benestanti: in Europa le malattie legate a cattiva alimentazione sono la prima causa di morte e di costi per i Servizi Sanitari Nazionali.

Uno sguardo al futuro. Come vede l’agricoltura tra 10 anni? Quali i rischi o le minacce più grandi? Quali le opportunità da cogliere per un’evoluzione positiva del settore?

E’ difficile fare previsioni in un’epoca di crisi geopolitiche climatiche. Il rischio maggiore è che continuino i trend attuali e che cresca l’omologazione dell’agricoltura all’industria. In questo caso vedremo sempre meno aziende agricole, sempre più grandi, perché la logica produttivistica impone economie di scala. Questo significa che ci saranno sempre meno agricoltori e che l’agricoltura sarà sempre più l’anello debole della filiera agroalimentare. L’alternativa è la transizione agroecologica con al centro i produttori, una ristrutturazione dell’intero sistema agroalimentare ormai necessaria, per la salute delle persone e quella del pianeta.

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