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WWF: perso il 60% dei vertebrati

Pubblicato il “Living Planet Report” 2018, che cerca di dare una misura della perdita di biodiversità, analizzandone le cause e le possibili soluzioni

Dal 1998, il WWF si impegna, con l’aiuto di esperti da tutto il mondo, nella stesura del “Living Planet Report”, un report biennale che analizza principalmente due fattori strettamente interconnessi: la perdita di biodiversità e lo sfruttamento di suolo dovuto alle attività umane. E i dati del rapporto 2018 - riferiti al periodo tra il 1970 e il 2014 - non sono affatto incoraggianti: la misura delle popolazioni di vertebrati nel mondo, infatti, ha evidenziato come nell’arco di meno di cinquant’anni ci sia stato un declino di circa il 60% a livello globale. La situazione è particolarmente drammatica nelle zone tropicali, soprattutto nell’America centro-meridionale, dove la percentuale si alza all’89%.

La causa principale di questo è la perdita di habitat adatto alle varie specie, dovuta allo sfruttamento da parte dell’uomo, attività agricole soprattutto. A questo si aggiungono altre cause, come ad esempio i cambiamenti climatici, l’inquinamento o la diffusione di specie invasive.

Ecosistemi, tra valore e sfruttamenti

Sono le attività antropiche - agricoltura in primis - la principale causa di perdita di biodiversità naturale, in un trend che sembra inarrestabile. Eppure questa perdita, unita al consumo di suolo, danneggia per primo proprio l’uomo, perché va a erodere la ricchezza dovuta ai servizi offerti dagli ecosistemi e con un valore stimato attorno ai 125000 miliardi di dollari. Basti pensare al fatto che ecosistemi sani offrono acqua e aria più pulita, con conseguenze positive sulla nostra salute.

Il voler indicare un valore monetario a questi servizi ovviamente non cancella il valore intrinseco della biodiversità, legato alla sua bellezza e importanza al di fuori da logiche economiche, ma aiuta a fornire delle misure di quanto il declino degli ecosistemi non convenga a nessuno.

Per avere un’idea di come sia cambiato lo sfruttamento delle risorse naturali negli ultimi decenni, basti pensare che secondo i dati la nostra impronta ecologica è aumentata di circa il 190% negli ultimi 50 anni: una stima globale che presenta però grosse differenze tra le diverse aree del mondo. Attualmente meno del 25% della superficie terrestre si trova in condizioni naturali e, di questo passo, la percentuale scenderà al 10% entro il 2050. Questo degrado già oggi incide negativamente sul benessere di oltre 3 miliardi di persone oltre che sulla biodiversità del sottosuolo. Se si analizzano poi nel dettaglio questi dati, emergono anche le differenze di sviluppo umano nelle varie aree del mondo, con le aree tropicale in maggiore sofferenza, rispetto a varie aree temperate, dove il consumo di suolo è stabile o in parte diminuito, grazie per esempio ad azioni di riforestazione.

Un cambio di rotta è possibile?

Nonostante la situazione sia tutt’altro che rosea, il report suggerisce che la possibilità di invertire la rotta ci siano ancora, anche se non sarà facile. Servono infatti ambiziosi accordi globali entro pochi anni, in cui trovare degli obiettivi condivisi, ma anche capire come poter misurare al meglio i progressi e, infine, tradurre il tutto in azioni concrete a livello locale. A partire dal 2020 dovremo essere pronti a questa sfida.

Andrea Corti

Dicembre 2018

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