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No profit a rischio estinzione? Il Fund Raising è la soluzione

No profit a rischio estinzione? Il Fund Raising è la soluzione

Per combattere i tagli dei finanziamenti pubblici, il Terzo Settore deve aprirsi all’innovazione per continuare ad erogare i servizi fondamentali

Crisi è ormai una parola sulla bocca di tutti e sembra spesso diventare un enorme ombrello che copre qualsiasi tipo di mal funzionamento o di mancato successo di un’organizzazione, che si tratti di un’azienda o tanto più, di un ente no profit. È indiscutibile che stiamo passando un momento sociale ed economico estremamente delicato, le parole sacrificio, difficoltà, risparmio e tagli circolano ovunque e sono usate sia dai nostri leader politici ed economici sia dalla gente comune.

Gli enti no profit -che per loro natura, pur occupandosi di importanti bisogni collettivi altrimenti disattesi, riescono a perseguire la propria mission grazie alla solidarietà- stanno vivendo un momento di grande vulnerabilità. In Italia, per anni, queste organizzazioni sono state sostenute dai contributi pubblici e ora che i tagli sono diventati pressoché indiscutibili, molte di loro si trovano a non riuscire a sostenere le proprie attività. Tuttavia i bisogni di cui si occupano non sono venuti meno, anzi continuano a crescere e la scomparsa di chi si occupa di questi problemi danneggerebbe ognuno di noi.

Tutti siamo entrati in contatto e abbiamo beneficiato del loro lavoro: uno spettacolo teatrale gratuito all’aperto in una calda serata estiva, il bus che accompagna il ragazzo diversamente abile a fare la fisioterapia, il pomeriggio di animazione alla casa di riposo, il sentiero di montagna tracciato dall’associazione alpina piuttosto che la salvaguardia dell’habitat naturale per la riproduzione delle tartarughe marine nel nostro mediterraneo. Questi sono solo alcuni esempi del grande capitale sociale del così detto “terzo settore” che ha un ruolo tutt’altro che residuale (come la definizione lascia ingannevolmente intendere).

Il fund raising non solo raccolta fondi

Quale sfida si cela dietro questo scenario di austerità diffusa? Qual è l’opportunità che offre questa crisi? La crisi c’è ma in che modo un’organizzazione non profit può scegliere di gestirla? La conoscenza della storia e della fisiologia umana ci insegna che sopravvivono quelli che hanno maggiori capacità di adattamento, coloro che sono flessibili. Il sostegno pubblico non c’è più e le famiglie sono sempre più attente alla destinazione dei loro risparmi. Per questo motivo le possibilità d’intervento si muovono in due direzioni: rincorrere le scadenze dei nostri progetti sociali, tagliando quante più voci possibili, assumendo uno psicologo al posto di tre, usando solo lavoro volontario anche per i ruoli che richiedono delle professionalità specifiche, tagliando sulla comunicazione all’esterno e quindi rendendo invisibile il nostro lavoro: in poche parole rimanendo in balia delle fondazioni di erogazione (anch’esse sempre più parsimoniose) e dell’aleatoria beneficenza di qualche sostenitore. Oppure mettersi in discussione e pianificare le attività della propria organizzazione nel medio-lungo periodo, professionalizzare le competenze interne, sia quelle specificatamente legate ai progetti (si tratti di cause ambientali, sociali o culturali), sia quelle trasversali e funzionali a tenere in salute l’attività (comunicazione, amministrazione…). In sostanza occorre proporre progetti che, pur rimanendo fedeli alla mission, siano congrui con i cambiamenti della società e dei bisogni collettivi, comunicare con le persone e farle partecipare alla buona causa, valutare diverse e nuove fonti di sostegno economico: in altre parole, darsi una struttura di Fund Raising.
Molto spesso si confonde il Fund Raising con un mero atto di raccolta fondi, quasi che un fund raiser sia colui che con una specie di bacchetta magica fa arrivare denaro all’organizzazione senza che questa debba cambiare nulla. In realtà la richiesta di donazione è l’ultimo passo di una approfondita preparazione interna e la naturale conseguenza di un lavoro organizzativo ben fatto.

Un bravo fund raiser è un professionista che riesce a fare in modo che l’ente noprofit sia in grado di chiedere sostegno, è il mediatore che porta l’organizzazione dalla confusione e dalla corsa contro il tempo, alla vera autonomia, a una programmazione efficace e al raggiungimento degli obiettivi. Il principio su cui si basa l’atto della donazione consiste nel suscitare nelle persone il desiderio di partecipare alla causa dell’ente.
Per questo il fund raiser, si tratti di una risorsa interna o di un consulente professionale, per prima cosa si occuperà, assieme all’organizzazione, di creare una solida struttura in termini di cura delle relazioni interne ed esterne, di consapevolezza dei propri limiti e capacità di darsi degli obiettivi raggiungibili, oltre all’abilità di proporre progetti che costituiscano un reale valore aggiunto per la collettività e infine di pianificare tutte le attività e gli strumenti di raccolta fondi più consoni allo scopo.

È importante che l’organizzazione sviluppi una certa propensione al cambiamento e all’innovazione, caratteristiche spesso demonizzate nel terzo settore per via di una certa resistenza a mettere a rischio delle risorse che potrebbero essere subito destinate alla causa; tuttavia è proprio questo atteggiamento che ha portato negli anni all’evidente stagnazione di un settore potenzialmente molto più incisivo di quanto già non lo sia. La paura del cambiamento è difatti l’ostacolo principale da superare per un’efficace strategia di raccolta fondi, il primo passo da compiere per trovare nel fund raising la soluzione affidabile e collaudata per la sostenibilità delle organizzazioni no profit.

Manuela Simionato

Gennaio 2015

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