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E se il denaro fosse il tempo?

E se il denaro fosse il tempo?

Il potenziale delle Banche del tempo fatto di reti sociali, fiducia e dinamiche di partecipazione

“Ricorda che il tempo è denaro”. Da Benjamin Franklin in poi l’inoppugnabile monito ha guidato le sorti dei sistemi economici capitalistici e le attività imprenditoriali di una buona fetta di Occidente, conducendo talvolta a derive insostenibili per la vita delle persone, insegna Chaplin. Alcune espressioni come “chi ha tempo non aspetti tempo”, “non ho tempo da perdere”, “il tempo stringe” sono entrate così a far parte del linguaggio comune, portando con sé l’idea che il tempo non impiegato in attività lavorative fosse tempo sprecato. L’urgenza del tempo ha accompagnato generazioni di lavoratori e anche al giorno d’oggi non ne restiamo immuni. La mancanza di tempo è il leitmotiv delle giornate di studenti alle prese con sessioni d’esami imminenti; di genitori che si giostrano tra uno o più lavori organizzando il proprio tempo e quello dei figli per riuscire a incastrare gli impegni di tutti; di chi il lavoro non ce l’ha e più passa il tempo più la situazione si fa critica. Poi c’è chi subisce la mancanza di tempo altrui, pagandola in solitudine, talvolta in vera e propria emarginazione.

Ma cosa accadrebbe se invertissimo l’ordine degli addendi e il denaro non fosse più rappresentato dalla cartamoneta ma dal tempo? Accadrebbe che il risultato cambierebbe. Le Banche del tempo lo sanno, perché è proprio sullo scambio di tempo che si basa la loro attività, nell’ottica di tornare a restituire valore a un tempo troppo spesso svalutato, svenduto, privo di qualità. Non si sta parlando di istituti di credito dal nome un po’ bizzarro, bensì di gruppi spesso spontanei e autogestiti di persone che scambiano le proprie risorse in termini di conoscenze e competenze impiegando come “moneta” il proprio tempo.

Tempo che viene messo a disposizione degli altri offrendo ciò che si è in grado di fare; tempo che si richiede agli altri per usufruire di quanto essi possono offrire, secondo il principio della reciprocità indiretta, ovvero: oggi ti offro un’ora del mio tempo, quindi guadagno un’ora che potrò poi impiegare per “retribuire” la prestazione di un altro socio della banca, nel momento in cui ne avrò la necessità. Lo scambio dunque non è necessariamente diretto, né immediato. E se il meccanismo della reciprocità è il tacito accordo a garanzia che quanto dato mi verrà anche restituito, il tempo come valuta di scambio assicura la democraticità di un sistema in cui un’ora di giardinaggio vale tanto quanto un’ora di ripetizioni di inglese.

Questa forma di associazione si è diffusa in Gran Bretagna attorno alla metà degli anni Ottanta, a seguito di alcune esperienze nordamericane. Il fenomeno britannico prende il nome di “Lets”, Local Exchange Trading System, ma tante sono le esperienze simili in giro per il mondo, ognuna con le proprie caratteristiche, anche all’interno di ciascuna nazione, perché inevitabilmente contraddistinta da tratti socio-culturali locali irripetibili. In Italia le prime esperienze di Banche del tempo risalgono agli anni Novanta e da subito assumono un aspetto marcatamente socializzante. Nascono con l’intento di rigenerare reti di socialità, intervenendo nella sfera dei bisogni quotidiani dei propri “soci” in diversi contesti: quartieri, città, piccoli centri, luoghi di lavoro, università e scuole. Da allora diverse esperienze si sono attivate, alcune resistendo nel tempo, altre costituendosi più recentemente.

Realtà dal grande potenziale nell’ambito dell’integrazione e della coesione sociale e nei processi di attivazione della cittadinanza, talvolta corrono il rischio di non comunicarsi in modo efficace al loro esterno e di restare chiuse in se stesse. Mentre l’idea attorno a cui ruota la costituzione delle Banche del tempo è proprio la costruzione di legami sociali e tale tessuto di relazioni dovrebbe così tentare il più possibile di includere e mettere in sinergia persone fisiche, associazioni e istituzioni del territorio; queste ultime proprio grazie alle Banche del tempo potrebbero infatti continuare a garantire l’erogazione di servizi che per mancanza di fondi (sempre più all’ordine del giorno) rischiano di venir meno.

Angela Garbelli

Maggio 2015

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