Il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti è un documento complesso con conseguenze sull’economia reale dei cittadini
Si parla di un accordo storico, eppure di certezze sul TTIP, acronimo inglese di “Transatlantic Trade and Investment Partnership”, ce ne sono ancora poche.
L’accordo consiste in un trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, in altre parole, un patto commerciale per liberalizzare gli scambi tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. Solo il 30 maggio di quest’anno tuttavia sono stati resi pubblici in Italia i documenti, visionabili presso la sala lettura istituita dal Ministero dello Sviluppo economico.
Ci sono tuttavia delle restrizioni: coloro che accedono sono tenuti a non introdurre nella sala smartphone, fotocamere o altri dispositivi; è possibile prendere appunti, ma non fotografare o riprodurre in alcun modo le pagine del documento.
La questione della segretezza accompagna il trattato sin dalle prime negoziazioni tra il presidente Barack Obama e l’allora presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, che risalgono ormai al lontano 2013, senza contare i dieci anni precedenti di ideazione e preparazione del progetto.
Il trattato coinvolge i 50 stati degli Stati Uniti d’America e le 28 nazioni dell’Unione Europea (dopo Brexit potremmo dire 27 stati più la Gran Bretagna), per un totale di circa 820 milioni di individui; si tratta pertanto di un accordo importante che avrebbe conseguenze ingenti sull’economia reale di tutti i cittadini.
Forse proprio per questo, le trattative che avrebbero dovuto concludersi entro il 2015 sono ancora in alto mare e i fronti sono divisi con un’opinione pubblica in balia dell’incertezza e della totale mancanza di chiarezza sulla questione, nonostante i recenti tentativi di sensibilizzazione messi in atto dalla Commissione europea.
I contenuti dell’accordo
Nel documento diffuso dall’UE, l’obiettivo dichiarato dell’accordo è «aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa, ponendo le basi per norme globali».
L’accordo dovrebbe agire quindi in tre principali direzioni: aprire una zona di libero mercato tra Europa e Stati Uniti, superare le barriere non tariffarie, cioè normative e legislative, che ostacolano la libera circolazione dei capitali e infine migliorare la compatibilità delle normative stesse, ponendo le basi per regole globali.
Accesso al mercato
Attualmente Stati Uniti e Unione Europea hanno un forte grado di interdipendenza economica. Il peso dell’UE nell’economia mondiale è assai ingente specialmente per quanto riguarda l’importazione di manufatti e servizi dagli Stati Uniti e il volume di investimenti esteri diretti (IDE).
Il TTIP mira dunque a favorire ulteriormente questo scambio, liberalizzando quattro settori principali: merci, servizi, investimenti e appalti pubblici.
Per quanto riguarda le merci, l’accordo sancisce l’eliminazione di tutti i dazi e prevede diverse strategie che impediscano la vendita di un prodotto sul mercato estero a un prezzo inferiore rispetto a quello imposto in quello d’origine (le cosiddette norme anti-dumping), oltre a favorire una maggiore salvaguardia del mercato a livello nazionale.
L’accordo cerca di favorire anche il libero scambio di servizi in tutti i settori (quelli audiovisivi sono esclusi) per assicurare a società, consociate o filiali esterne la stessa agilità di quelle autoctone nello stabilirsi sul territorio. Per ciò che concerne gli appalti pubblici, invece, il trattato mira a rafforzare l’accesso reciproco ai mercati a livello amministrativo (nazionale, regionale e locale) e a quello dei servizi pubblici; in questo modo aziende europee potranno partecipare a gare d’appalto negli Stati Uniti e viceversa.
L’ultimo rilevante punto riguarda i meccanismi destinati a risolvere le dispute tra investitori e Stati, noti come “investor-state dispute settlements” (ISDS).
Questo accordo per la “protezione degli investimenti” consente alle imprese che sono state in qualche modo limitate dallo Stato nelle proprie “aspettative di profitto”, di denunciare lo Stato stesso e di sottoporlo al giudizio di un arbitrato, una sorta di corte super partes internazionale; gli Stati tuttavia non avrebbero a loro volta diritto di citare in giudizio le imprese transnazionali e ciò avrebbe conseguenze importanti sul diritto pubblico internazionale.
Ostacoli non tariffari e compatibilità normativa
Le Non Tariff Barriers o NTB sono le barriere non tariffarie, vale a dire quelle misure normative relative principalmente a lavoro, ambiente e salute, che limitano la libera circolazione di capitale. Si tratta di uno degli aspetti più critici del trattato perché la differenza tra le legislazioni presenti in USA e nell’UE in questo campo è piuttosto consistente, essendo quella americana meno vincolata mentre quella europea più restrittiva.
Rientrano in questa categoria le norme che regolano la commercializzazione di OGM, vietata nella quasi totalità dell’Unione Europea sia per ragioni di tutela della salute del consumatore sia, soprattutto, per ragioni economiche, a causa dell’egemonia delle multinazionali statunitensi in questo campo che schiaccerebbe la concorrenza europea.
Secondo le normative UE inoltre è vietato importare carni di animali trattati con ormoni, diffuse invece negli USA; anche i controlli nella filiera di produzione della carne sono molto diversi da un continente all’altro, sia in termini qualitativi sia in termini quantitativi.
Sempre nell’ambito delle Non Tariff Barriers rientra anche la questione relativa all’eliminazione delle leggi che impediscono l’utilizzo della tecnica del fracking nell’estrazione di gas e petrolio di scisto (procedimento invasivo che compromette le falde acquifere); una revisione delle norme europee in questo senso permetterebbe un accesso facilitato e indiscriminato alle importanti riserve presenti soprattutto in Danimarca, Francia, Ucraina e Polonia.
Anche per quanto riguarda la legislazione sul lavoro, Stati Uniti e Europa parlano lingue diverse: delle otto convenzioni fondamentali stabilite dall’International Labour Organization (ILO) dell’ONU, gli Stati Uniti hanno ratificato solamente quelle relative al lavoro minorile e alla discriminazione sul luogo di lavoro.
Altro aspetto spinoso riguarda i programmi sanitari statali e i relativi medicinali compresi negli elenchi di spesa sanitaria. Il fatto che nell’UE la sanità risulti garantita dallo Stato e rimanga (sebbene già parzialmente) gratuita e pubblica, potrebbe essere considerato pregiudizievole da parte delle multinazionali di settore che spingono invece il libero commercio e la concorrenza.
Migliorare la compatibilità normativa tra le due sponde dell’Atlantico è un’altra prerogativa del trattato che vorrebbe porre le basi per regole globali. Si parla dei diritti di proprietà intellettuale, disposizioni su antitrust, fusioni e aiuti di Stato, monopoli di Stato, questioni riguardanti l’energia e le materie prime connesse al commercio.
Insomma, di tutto e di più; forse anche troppo, considerando che le decisioni prese in ciascuno di questi ambiti avranno conseguenze reali di portata straordinaria sulla vita dei cittadini.
Criticità e opportunità
Secondo il Center for Economic Policy Research di Londra e l’Aspen Institute, il TTIP potrebbe essere l’opportunità di un’apertura economica globale senza precedenti che gioverebbe a entrambi i partner dell’accordo.
Il volume degli scambi e in particolare delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti aumenterebbe sensibilmente: secondo le previsioni l’incremento sarebbe del 28 per cento, circa 187 miliardi di euro.
Anche la definizione di standard di sicurezza e sanitari comuni, nuove norme per la tutela della proprietà intellettuale, maggiore apertura agli investimenti esteri e facilitazioni reciproche per la partecipazione ad appalti pubblici sono fattori che per diversi studiosi rendono il TTIP un’opportunità da non perdere. Si pensi all’industria automobilistica per cui l’adozione di regole comuni implicherebbe l’abbattimento di costi di produzione e quindi potenzialmente anche del prezzo di mercato.
Eppure c’è ancora molto scetticismo sull’accordo non solo da parte di organizzazioni internazionali e associazioni ambientaliste, ma anche da parte di economisti e politici.
Le criticità riguardano farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, mancanza di tutela delle certificazioni Dop, Igp e Doc, ma soprattutto un generale assoggettamento degli Stati coinvolti alle logiche delle multinazionali che, di fatto, governano il mercato internazionale e già hanno una rilevanza politica senza precedenti nella storia.
Per alcuni l’obiettivo originale del trattato sarebbe stato quello di frenare l’espansione economica della Cina divenuto in breve tempo il principale partner commerciale a livello globale, sovvertendo l’ordine economico che fino al 2008 vedeva primeggiare gli Stati Uniti; tuttavia le opinioni a riguardo sono discordanti.
Ciò che è certo è che il testo definitivo dell’accordo deve avere il via libera del governo americano e della Commissione europea. Ottenuto l’ok si passa al Congresso negli Stati Uniti - che ancora sta vagliando un altro accordo economico, il Tpp, che coinvolge gli Stati Uniti e i Paesi del Pacifico.
In Europa nel frattempo occorre l’approvazione del Parlamento europeo, del Consiglio dei ministri e di tutti i 28 Parlamenti nazionali.
Basterebbe un solo voto contrario per affossare tutto.
Il clima che si respira attorno a questo accordo è dunque di pesante stallo, dato che ci sono alcuni punti salienti su cui né gli Stati Uniti né l’Unione Europea sembrano disposti a cedere.
Il tutto deve essere incorniciato in un contesto politico di profondo cambiamento: lo scossone del referendum sulla Brexit, la fine del mandato per Barack Obama, principale sostenitore dell’accordo; una nuova tornata di elezioni che nel 2017 coinvolgerà la Francia del sempre meno popolare Hollande e nel 2018 Italia e Germania, l’anno successivo sarà invece la volta del Parlamento e della Commissione europea.
Se non si concludono i negoziati sul TTIP entro fine anno sarà altamente improbabile che se ne riparli prima del 2020 dunque, con buona pace di tutti noi.
Mara D’Arcangelo

























































