Gli obiettivi del vertice Cop 21 di Parigi sembrano meno realizzabili del previsto
Alle misure palliative si oppongono politiche realmente “carbon free”
Ore 8 del mattino in una qualsiasi città lombarda. Guardandosi intorno ci si rende conto che le strade sono costipate da automobili pulsanti e fumanti; nell’80% dei casi, un solitario conducente alla guida.
In un’assolata mattina di gennaio ai megafoni dei media giunge la notizia: a Milano superata di 50 µg/m3 per cinque giorni consecutivi la soglia di Pm10. Al via dichiarazioni politiche e ambientaliste, indignazione, domeniche senz’auto, targhe alterne, configurazioni di scenari apocalittici con tanto di grafici ed esperti del settore.
Poi la pioggia riporta il silenzio, stampa.
Secondo quanto convenuto a Parigi lo scorso dicembre, in occasione del vertice sul clima Cop21, ben il 90% degli stati aderenti sottoscrive l’impegno a contenere l’aumento delle temperature del pianeta entro i due gradi da qui al 2050.
Il percorso verso questo ambizioso obiettivo si presenta non privo di problemi.
Azzerare in 34 anni le emissioni di CO2 come vorrebbe il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), sembra un proposito quantomeno ottimista, che fa leva soprattutto su una repentina sostituzione delle fonti fossili con quelle rinnovabili e su un maggiore impegno in termini di risparmio energetico da parte degli Stati coinvolti.
Secondo gli ultimi report, tuttavia, le emissioni hanno conosciuto un aumento del 60% solo negli ultimi 25 anni.
Questo dato non stupisce se contestualizzato in una globale considerazione storica e sociale: di fatto, la popolazione mondiale è cresciuta costantemente dalla fine della peste nera del XIV secolo, con un’impennata alla fine degli anni settanta quando ha raggiunto i 4 miliardi di individui, raddoppiando in 35 anni con il tasso di crescita più elevato da sempre.
Ora siamo più di 7 miliardi sul pianeta, ma le stime suggeriscono che la popolazione continuerà a crescere raggiungendo i 9,7 miliardi nel fatidico 2050.
A questo si aggiunge che gli ultimi due decenni hanno visto una prepotente riduzione degli indici di povertà nonostante, come sottolineato dall’ultimo studio di Oxfam, il divario tra ricchi e poveri sia aumentato enormemente al punto che proprio nel 2016 l’1% della popolazione avrà più ricchezza del restante 99%.
Ora, esiste una correlazione tra l’aumento continuo di emissioni di CO2 e questi processi storico-sociali? Verrebbe da rispondere affermativamente, senza neppure troppo indugio.
Gli studi dell’IPCC non sembrano tenere in considerazione questi dati, portando avanti la convinzione che nel 2050 l’utilizzo di energie rinnovabili sarà tale da coprire, da solo, il livello attuale di consumi energetici.
Anche se questa ottimistica previsione si realizzasse, non terrebbe conto del surplus di domanda di energia dovuta ai 3 miliardi di persone in più previste per il 2050.
Tendenzialmente, la domanda di energia nel mondo aumenterà del 37% già nel 2040 e secondo il World Energy Outlook (WEO) nel 2040 le fonti fossili rappresenteranno ancora il 55% dei consumi energetici, mentre quelle rinnovabili (considerando anche il contestato nucleare e le fonti carbon free) saranno solo un quarto del totale di energia consumata.
Lenti rosa per i ciechi
Le prospettive sembrano meno rosee di quanto le sorridenti strette di mano e l’unanime, commovente unione di intenti post Cop21 lasciassero presagire.
Proprio in contemporanea al summit sul clima di Parigi, viene pubblicato il Rapporto dell’Agenzia Ambientale Europea sulla qualità dell’aria (Air quality in Europe – 2015 report) dal quale emerge un’enorme differenza tra i parametri utilizzati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e quelli dell’Unione Europea per calcolare le percentuali di esposizione della popolazione europea agli inquinanti: per esempio, nel caso delle particelle inalabili (PM10), secondo i limiti UE solo il 17-30% è esposto, contro il 61-83% dei limiti OMS.
E, dato ancor più inquietante, le mappe presenti nel Rapporto mostrano che la pianura padana insieme ad alcune grandi città italiane sono tra le zone europee più inquinate.
Sono molti gli studi epidemiologici condotti negli ultimi decenni da istituzioni sanitarie, università e CNR per valutare gli effetti dell’inquinamento atmosferico nei centri abitati.
I risultati, pubblicati da numerose riviste scientifiche parlano chiaro: l’inquinamento atmosferico è dannoso per la salute umana, in particolare è associato all’incremento di mortalità per malattie cardio-respiratorie, tumore al polmone ma anche per asma, rinite allergica, riduzione della funzione respiratoria.
Insomma, anche volendo adottare una prospettiva cinico-utilitarista, l’inquinamento comporta enormi danni socio-economici, compromettendo l’efficienza dei cittadini.
Gli inquinanti: per colpa di chi?
Si sente molto parlare di Pm 10, ma di fatto si sa solo che non deve superare una certa soglia, 50 µg/m3.
Nel concreto, si tratta di polveri sottili derivate dalla combustione di varie sostanze, nitrati, solfati, metalli e soprattutto carbone elementare.
Da cosa derivano queste particelle? Secondo il rapporto 2014 dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA) le fonti di inquinamento dell’aria sono nell’ordine, per quantità emesse: edifici (residenziali e commerciali), industria e trasporti.
I riscaldamenti a legna e pellet, tornati di moda negli ultimi anni, provocano molti fumi e lo stesso vale per i termocamini.
Per quanto riguarda il traffico automobilistico, come ci ha ricordato il recente scandalo “Dieselgate” di Volkswagen, le auto diesel sono tra i veicoli più inquinanti.
Più sorprendente è riscontrare, invece, che secondo diversi studi anche se si azzerassero le emissioni dai tubi di scappamento, il traffico continuerebbe a contribuire alle emissioni di Pm (attraverso usura dei pneumatici, freni e manto stradale).
Ovviamente, anche il dispendio energetico delle industrie e i fumi prodotti dagli scarichi incidono sull’inquinamento, ma non sono il fattore primario.
Ultimo ma non per incidenza è il trasporto aereo, che spesso non viene considerato nelle analisi, pur provocando inquinamento atmosferico, acustico ed elettromagnetico.
Linee di intervento prioritarie
Ci si è arrovellati molto nei giorni dei vari blocchi domenicali del traffico e delle varie targhe alterne sull’efficacia di questi provvedimenti.
Risulta piuttosto intuitivo che singole giornate di tregua siano solo palliativi atti a incendiare polemiche da bar, nonostante – bisogna ammettere – una Milano privata di motori sembri quasi umana.
Occorrono interventi strutturali, ma soprattutto, governi che siano disposti a intraprenderli; non si tratta di azioni impossibili, ma certo occorre impegno: secondo il gruppo di ricerca eERG del politecnico di Milano, bisognerebbe investire i fondi pubblici in una riqualificazione energetica profonda degli edifici esistenti attraverso un maggiore isolamento dell’edificio, la riduzione dei ponti termici, la sostituzione di finestre e infissi, la riduzione delle infiltrazioni d’aria e il recupero di calore su aria in uscita oltre che l’applicazione di protezioni solari esterne e la realizzazione di ventilazione naturale notturna.
Per diminuire il traffico occorrerà incentivare la mobilità dolce e rendere più efficiente il sistema dei trasporti pubblici.
Gli spostamenti in bicicletta dovranno quindi essere agevolati da reti di piste ciclabili continue e diffuse per tutta la città, in modo tale da garantire sicurezza, brevità e piacevolezza del tragitto. In linea con questa politica, sarebbe bene attivare una strategia che integri spostamenti a piedi, bicicletta e trasporto pubblico, in modo da poter giungere in qualsiasi angolo della città con il minor impatto ambientale possibile.
Un cambio di paradigma, si potrebbe dire, che deve partire dal singolo cittadino e trovare appoggio nell’amministrazione della città.
Siena: un esempio virtuoso tutto italiano
Spesso per evitare di pensare al realismo di certi scenari catastrofici, ci si rifugia nell’esempio virtuoso delle città dell’Europa settentrionale, Copenhagen in prima linea.
Senza andare troppo in là, anche da noi le cose funzionano, a volte.
È dal 2013 che la città di Siena detiene il primato europeo di vasta area a emissioni zero di CO2; i risultati ottenuti nel 2015 confermano il raggiungimento di un saldo di riassorbimento di anidride carbonica del 102%.
A questo primato si aggiunge quello internazionale che vede la provincia di Siena tra le prime realtà ad aver rispettato, con ben sette anni di anticipo, gli obiettivi fissati dalla Direttiva Europea per il 2020 (-20% di emissioni climalteranti; + 20% di rinnovabili; + 20% di efficienza energetica).
Un piccolo miracolo? Non proprio.
Se è vero che Siena si situa in un contesto ambientale favorevole (la produzione geotermica da sola copre quasi il 90% del fabbisogno elettrico e la metà del territorio -160.000 ettari- è coperto da boschi), è anche vero che la provincia e i suoi abitanti hanno impostato e seguito un modello basato su azioni concrete e misurabili, considerando l’ambiente non solo come patrimonio da tutelare, ma anche motore di crescita e sviluppo, come dimostrano le numerose start-up nate nel territorio che si sviluppano nella direzione della green economy e dell’innovazione ambientale.
Le assolate mattine di gennaio saranno sempre più frequenti nei prossimi anni così come le allergie premature e le malattie cardio-respiratorie.
Possiamo decidere di fare qualcosa, oppure aspettare che la prossima pioggia metta a tacere tutti, non solo la stampa.
Mara D’Arcangelo






















































