Stato d’emergenza climatica
In una capitale europea più blindata che mai, l’obiettivo che 150 leader da tutto il mondo dovranno raggiungere al termine della Cop21, la Conferenza sul clima dell’Onu che ha preso il via a Parigi il 30 novembre, è formalizzare un accordo storico, vincolante, universale e condiviso per ridurre le emissioni di anidride carbonica e gas climalteranti che stanno surriscaldando il pianeta.
La ventunesima Conferenza delle Parti è stata inaugurata in un clima più rovente che mai, da tutti i punti di vista.
Il 2015 sarà infatti ricordato come l’anno dei record climatici: è stato l’anno più caldo registrato finora, quello con il record di concentrazione di gas serra in atmosfera e quello in cui la temperatura media globale è aumentata di 1°C rispetto al periodo preindustriale, ovvero la metà della soglia che gli esperti dell’IPCC, il Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico, ritiene massima per scongiurare la catastrofe climatica.
A rendere più rovente il clima e gli animi sono anche i recenti fatti di Parigi e all’ordine del giorno degli incontri non ci sarà certo solo il riscaldamento globale, ma anche la lotta all’estremismo islamico, la guerra in Siria, le tensioni tra la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan, il ruolo sempre più debole dell’Europa, non solo di fronte alle grandi questioni internazionali, ma anche ambientali, che sembrano ormai una partita tra Cina, India e Usa.
E mentre i big della terra si riuniscono per discutere le sorti del pianeta in una capitale blindata e in stato d’emergenza, a Pechino è da giorni allarme smog: cantieri e fabbriche sono fermi, i cittadini sono invitati a uscire solo se necessario e muniti di mascherina, una situazione che lo stesso governo cinese ha definito pericolosa per la sicurezza nazionale.
Non va tanto meglio nemmeno all’Italia, che proprio nel giorno dell’inaugurazione si scopre maglia nera in Europa per i decessi prematuri dovuti allo smog secondo il Rapporto dell’Agenzia per l’Ambiente Europea. Non c’è un solo angolo del pianeta che non subisca gli effetti dell’inquinamento atmosferico e del riscaldamento globale.
Alle immagini dello scioglimento dei ghiacci e degli orsi polari che muoiono di fame su iceberg alla deriva fanno eco quelle di centinaia di migliaia di persone in fuga da aree sempre più inospitali, desertificate o flagellate da eventi climatici eccezionali tanto che l’espressione profughi climatici comincia a essere una realtà tangibile.
A confermarlo sono anche i dati del report commissionato dai paesi del G7 all’istituto tedesco Adelphi con il sostegno del ministero degli Esteri tedesco e diffuso da Globe Italia, stando al quale sono 79 i conflitti determinati da cause ambientali attualmente in corso. Tra questi il conflitto siriano, innescato dalla terribile siccità che ha messo in ginocchio il paese tra il 2006 e il 2011.
Usa, Cina, India. I grandi protagonisti
All’inizio dei lavori della Conferenza delle Parti il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha avvertito la platea dei capi di Stato che il futuro del mondo è nelle loro mani, ma fin dai primi interventi di Usa, Cina e India, quelli su cui si concentrano le aspettative e dai quali dipende sostanzialmente l’esito della Conferenza, pare chiaro che salvaguardia ambientale e sviluppo restano ancora due priorità contrapposte.
I paesi occidentali ammettono la loro responsabilità e invitano a cambiare rotta prima che sia troppo tardi. “Dobbiamo agire ora, perché siamo la prima generazione a subire gli effetti del riscaldamento globale e l’ultima che può fare qualcosa” ha dichiarato Barack Obama, presidente del secondo Stato maggiormente responsabile di emissioni ad effetto serra.
Parole che però stridono con la feroce campagna negazionista sul cambiamento climatico che l’opposizione repubblicana sta conducendo proprio negli Usa in vista delle elezioni.
Dall’altro lato, India, Cina ed economie emergenti non sono intenzionate a rinunciare al carbone, la loro principale fonte energetica, la più economica e allo stesso tempo la più inquinante, rivendicando il diritto alla riduzione della povertà e al miglioramento dei propri standard di vita, in una parola il diritto alla crescita.
Infatti, nonostante Cina e India siano le potenze più inquinanti al mondo, ancora oggi a livello individuale un cittadino statunitense medio inquina quanto sei cittadini cinesi, senza considerare che all’inquinamento dei paesi emergenti contribuiscono in buona parte anche le produzioni occidentali pesantemente inquinanti delocalizzate là dove le normative ambientali e i costi sono inferiori.
Siamo l’ultima generazione che potrà fare qualcosa
L’accordo che la comunità internazionale dovrà siglare punta a limitare il riscaldamento globale a 2 °C rispetto ai livelli dell’era preindustriale.
Gli impegni concreti per la riduzione delle emissioni che i paesi avevano presentato in vista della Cop21 potrebbero però non essere sufficienti, perché, seppur realizzati, porterebbero comunque a un aumento della temperatura di circa 3 °C.
Forse mai come prima è in gioco il futuro dell’umanità e se pare difficile che i grandi cambiamenti possano arrivare dai singoli governi, dobbiamo comunque non cadere nello sconfortante -ma anche comodo- atteggiamento di deresponsabilizzarci personalmente e non considerare quanto ognuno di noi può fare nel suo piccolo.
Come? Attraverso le nostre scelte quotidiane, i nostri stili di vita e il nostro potere d’acquisto, preferendo prodotti stagionali e locali, privilegiando i mezzi pubblici e la bicicletta, prestando attenzione ai consumi energetici domestici e sul luogo di lavoro, limitando il consumo di suolo ecc.
Sono solo alcune delle cose che possiamo fare come cittadini di questo pianeta.
Forse non impediranno il surriscaldamento globale, ma, come diceva il Mahatma Gandhi, sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni.
Occhi puntati su Parigi 2015, attenzione e pressione su governi e attori internazionali, ma non scordiamo che dobbiamo essere noi il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.
Arianna Corti

























































