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Mari e oceani. E isole di rifiuti

Mari e oceani. E isole di rifiuti

A New York le Nazioni Unite discutono le strategie per proteggerli. Legambiente analizza le condizioni dei mari italiani

La condizione e il pericolo in cui versano i mari e gli oceani del nostro pianeta costituiranno il tema delle discussioni che daranno avvio alla Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani dal 5 al 9 giugno 2017 a New York, in concomitanza con le celebrazioni per la Giornata mondiale degli oceani (8 giugno).

La conferenza internazionale di giugno si pone l’obiettivo di tracciare le linee guida per lo sviluppo sostenibile degli ambienti marini, per la loro conservazione e per l’uso consapevole delle risorse da essi scaturite.

Vista l’importanza di questa riunione, il 15 e 16 febbraio si è tenuto, sempre a New York, un incontro preparatorio, in cui i delegati dell’Onu hanno incontrato tutti gli attori coinvolti nella realizzazione di piani di sviluppo e tutela dei mari.

Insieme alla comunità scientifica, alle istituzioni accademiche, alle Ong, agli enti nazionali e internazionali per la salvaguardia della biodiversità marina è stata presente anche Legambiente, illustrando i risultati dei diversi studi promossi in Italia negli ultimi anni.

Il mare in Italia

Come si evince dai dati raccolti durante l’ultima campagna di Legambiente, Goletta Verde 2016, la situazione dei mari italiani non è meno drammatica di quella globale.

Le coste e gli ecosistemi marini della nostra penisola risentono della minaccia delle azioni distruttive e illegali praticate dall’uomo, degli effetti dei cambiamenti climatici, ma soprattutto della disinformazione dei cittadini.

Su 265 stazioni di monitoraggio lungo tutta la costa italiana il 52% sono inquinate o fortemente inquinate, di queste l’88% è in corrispondenza di canali, o scarichi, foci di fiumi o fossi; più della metà di queste criticità sono in prossimità di spiagge e stabilimenti balneari in cui, per il 74%, non viene segnalato il divieto di balneazione.

Durante l’incontro dello scorso febbraio, forte di questi risultati e consapevole dell’importanza di mantenere o ristabilire l’equilibrio chimico delle acque, Legambiente ha avanzato due punti fondamentali per le strategie rivolte allo sviluppo della sostenibilità marina. Per il cigno verde è fondamentale riconoscere il ruolo dei semplici cittadini, la cui partecipazione è prerogativa essenziale per la cosiddetta “citizen science”, le attività di monitoraggio svolte da volontari, in buona parte dedicate alla raccolta dei dati, ma soprattutto alle attività di sensibilizzazione e diffusione di pratiche decisive contro il degrado ambientale.

In secondo luogo Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, ha evidenziato l’urgenza di politiche nazionali e internazionali per contrastare il gravissimo fenomeno del “marine litter”, dello scarico del rifiuti in mare; un problema reso ancora più complesso lungo le coste morfologicamente chiuse o altamente antropizzate.

Su questo fenomeno i dati di Legambiente sono molto esaustivi e precisi: sui mari italiani galleggiano 9 rifiuti su 10 di origine plastica, tra questi il 16% sono buste; il 10% sono teli; il 3% è polistirolo, come pure bottiglie e tappi, il 2% sono assorbenti igienici e stoviglie. Rifiuti dovuti per il 29% dall’abbandono consapevole, oltre che alla cattiva gestione dei rifiuti urbani (l’83% è dovuto ai contenitori usa e getta) e reflui civili, per il 20% alle attività produttive, di cui si deve solo alla pesca il 46%.

Inoltre, grazie a una collaborazione tra Legambiente ed Enea, è stata condotta un’indagine sulle matrici polimeriche dei rifiuti rinvenuti in mare e lungo le spiagge, concludendo che una frazione tra l’85 e il 94% delle plastiche raccolte è impiegabile nella filiera del riciclo.

I polimeri termoplastici, ovvero quelli che se riscaldati possono essere rimodellati, quindi reimpiegati nel sistema produttivo, rendono assolutamente possibile la trasformazione, per esempio, di tutti i contenitori, buste e flaconi, incrementando altresì il mercato e la produzione di manufatti derivati da un’economia a basso impatto ambientale.

Le proprietà fisiche dei materiali rivenuti in mare, quindi la possibilità che questi vengano destinati a una seconda vita, costituiscono un punto di partenza dal quale attivare una serie di interventi contenitivi di un fenomeno che sta assumendo proporzioni preoccupanti, e allo stesso tempo un magro conforto all’estensione del problema dell’inquinamento.

Isole di rifiuti

Un’estensione del problema dell’inquinamento che non solo sembra costante e inarrestabile, ma che ormai assume connotati anche fisicamente spaventosi: nell’oceano Pacifico esistono vere e proprie isole di plastica di dimensioni immense, una delle quali, il Pacific Trash Vortex si estende su una superficie variabile, a seconda delle stime, tra i 700 mila km² (due volte il Giappone, per intenderci) fino a più di 10 milioni di km² (un’area grande come l’intera Unione Europea), per un totale di milioni e milioni di tonnellate di detriti.

Questo enorme accumulo di immondizia galleggiante si è costituito nei decenni a causa dell’azione di correnti oceaniche che inducono i rifiuti ad aggregarsi fra di loro, formando un’enorme agglomerato di spazzatura sulla superficie oceanica. Molti animali come tartarughe e uccelli muoiono a causa di questi detriti, scambiati talvolta per meduse o pesci.

Ma il maggior pericolo causato da questo tipo di rifiuti, quali ad esempio la plastica e i prodotti derivati, è che questi, anziché biodegradarsi, si disintegrano in pezzi sempre più piccoli.

Queste particelle plastiche vengono scambiate per cibo da parte degli animali e ciò provoca l’introduzione di plastica nella catena alimentare.

Come a dire “tutto torna”, ma non sempre ciò che l’ambiente restituisce all’uomo è ciò che ci si aspetterebbe dall’immaginario collettivo legato alla purezza dell’acqua dispersa nell’immensità degli oceani.

Ilaria D’Ambrosi

Aprile 2017

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