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Le signore del vino nel Regno delle botti

Le signore del vino nel Regno delle botti

Da nord a sud fare vino non è più un mestiere solo da uomini. La storia di quattro donne che hanno trasformato una passione in una missione

Nel 1988 nasce per merito di Elisabetta Tognana, produttrice toscana, l’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, che oggi conta ben 650 iscritte. Si tratta di donne che lavorano in prima persona nell’articolato mondo del vino, che abbraccia campi d’azione eterogenei che vanno dal vigneto alla cantina, dalla tavola alla comunicazione.

Eterogenee sono anche le esperienze e le storie di vita che hanno portato ognuna di loro a occuparsi di vino. Non tutte le donne che lavorano oggi in questo settore si sono ritrovate in questo mondo perché hanno ereditato patrimoni di famiglia, un passaggio che, in ogni caso, fino a non molti decenni fa avveniva sempre in linea maschile.

Ma, da anni ormai, qualcosa nel patriarcale universo vitivinicolo è cambiato: molte professioni, un tempo esclusivo appannaggio degli uomini, si sono aperte alla presenza delle donne, che sono diventate agronome, enologhe, enotecarie, sommelier, imprenditrici di piccole o grandi aziende.

È il caso di Roberta Corrà, nominata alla direzione generale del più grande gruppo vitivinicolo italiano, Gruppo Italiano Vini (GIV), o di Camilla Lunelli che, in oltre cento anni di storia delle Cantine Ferrari (Trento), è la prima donna a occupare una posizione al vertice dell’azienda.

Basti pensare all’intensa attività di promozione nel settore turistico dedicato al vino che ha svolto l’ideatrice della manifestazione “Cantine Aperte”, Donatella Cinelli Colombini, o Chiara Lungarotti, che vanta la realizzazione a Torgiano in Umbria di uno dei principali musei del vino presenti in Italia, fino all’ex presidente del Movimento Turismo del Vino, Daniela Mastroberardino.

Ci sono poi donne il cui nome è legato a doppio filo alla propria attività, come le sorelle Antinori (Albiera, Allegra e Alessia), Tiziana Frescobaldi, Gaia Gaja, Marilisa Allegrini, Cinzia Merli Campolmi (Fattoria Le Macchiole) o Angela Velenosi, la cui azienda “Villa Angela”, nelle Marche, non solo esporta in Europa, Asia, Oceania e Sud America, ma produce oltre due milioni e mezzo di bottiglie con un fatturato annuo di circa nove milioni di euro.

C’è anche chi ha iniziato a lavorare facendo tutt’altro ed è stata poi spinta dalla propria passione a tornare alla terra, come Gaetana Jacono, ex farmacista che ha preso in mano l’azienda di famiglia “Valle Acate”, in Sicilia, dove si producono etichette da sei generazioni.

Il suo successo è stato confermato nel 2014 quando è stata nominata Ambassador di “We women for Expo”, network di donne di tutto il mondo che agiscono insieme sui temi dell’alimentazione, per migliore il diritto al cibo.

Altra signora del vino è Marilisa Allegrini, alla guida dell’azienda di famiglia che dai primi del Novecento, a Dogliani, in provincia di Cuneo, produce i più rinomati vini delle Langhe.

Tante sono le storie di chi sta in vigna e tenta di coniugare la tradizione con l’innovazione, di chi dialoga ancora con la natura e le persone, e quando parla dei suoi vini lo fa raccontando la storia di un territorio e di quella terra riesce a trasmetterne anche le sensazioni, i profumi, i sapori. Il viaggio nell’Italia del vino, comincia proprio dalla storia, la loro, quella che ci raccontano quattro regine del “Regno delle botti”.

Nicoletta Bocca

Piemonte - A un passo dalla Langa del Barolo, Dogliani (Cn) è una terra che è rimasta selvaggia, fatta di boschi, noccioli e semenzai. La sua azienda, San Fereolo, sembra quasi suggerire un gioco a incastro: le sue vigne, sparpagliate sulla destra del fiume Rea, tra Dogliani e Monforte d’Alba, sono state acquisite da Nicoletta a partire dal 1992, anno di nascita della cantina, che oggi è diventata un’azienda di 12 ettari capace di produrre circa 45mila bottiglie. «Ho cominciato questo mestiere agli inizi degli anni Novanta cercando di imparare dai miei vicini tutto quello che potevo. Arrivavo da Milano e non sapevo nulla della campagna, ma mio padre ha sempre amato bere bene e ogni anno ci portava tutti in Langa, terra che custodiva memoria della sua storia partigiana».

Di quei pranzi e delle bevute memorabili, Nicoletta ricorda gli acquisti rituali di tartufi, vini e le chiacchierate con i produttori. Un buon vino era quello che durava nel tempo, con una buona tenuta a bottiglia aperta, che si caratterizzava per consistenza, eleganza, verità, caratteristiche imprescindibili che rispecchiano l’interpretazione che Nicoletta vuole dare ancora oggi ai suoi vini. Per farlo in vigna prevale l’approccio biodinamico perché per Nicoletta al lavoro si accompagna un profondo impegno morale: «In vigna non c’è posto per la menzogna, ogni errore porta conseguenze che si dovranno inevitabilmente affrontare, per questo è necessario essere pieni di attenzione, di amore e onestà».

Elena Pantaleoni

Emilia Romagna – Per raggiungere l’azienda vinicola La Stoppa (a Rivergaro, in provincia di Piacenza) si devono percorrere strette stradine fino a immergersi nel bosco dove a un certo punto fa la sua comparsa l’antica azienda che con i suoi vigneti si arrampica solitaria sui declivi della Val Trebbiola.

La Stoppa si estende su 58 ettari, 28 destinati a boschi e querce, castagni e robinie e 30 a vigna, tutti accorpati e dominati da una torre di impianto medievale. Più di cento anni fa, il precedente proprietario, l’avvocato Ageno, vi piantò viti francesi e produsse vini dai nomi italianizzati: Bordò, Bordò bianco e Pinò. Quando nel 1973 La Stoppa fu acquistata dalla famiglia Pantaleoni, ci fu un completo rinnovamento di impianti e cantina, anche se i maggiori investimenti furono destinati alla vigna, gestita secondo il metodo biologico, certificato dall’Ente Suolo e Salute.

Le basse rese naturali, dovute all’età media delle viti e al terreno povero, e la qualità intrinseca dei grappoli permettono di ricavare vini assai caratterizzati, nati in vigna e non molto lavorati in cantina. Oggi alla Stoppa si producono poche etichette, alcune legate alle uve autoctone, come la Malvasia di Candia Aromatica, la Barbera e la Bonarda, altre a vitigni storicamente presenti come il Cabernet Sauvignon, il Merlot e il Semillon.

Elena Fucci

Basilicata – Ai piedi del Monte Vulture, 6 ettari di vigneti ricoprono da quasi settant’anni un terreno fortemente minerale, dal colore scuro, su cui si può chiaramente leggere la storia e la vita del vulcano.

Elena, quando nel 2000 decide di occuparsi di quei vigneti che la famiglia voleva vendere, lo fa per una questione di cuore: non voleva che le vigne, acquisite negli anni Sessanta dal nonno, nella parte più alta dei poderi situati in Contrada Solagna del Titolo, fossero vendute a estranei. All’università si iscrive a enologia e la cantina prende vita con la vendemmia del 2000.

Decide di puntare subito su un’unica etichetta, “Titolo”, sia per motivi oggettivi legati alle rese dei vigneti e alla qualità data dalla maturità delle piante, sia per una speranza: che il suo vino diventasse come quelli che i francesi chiamano “cru”.

La decisione vincente di produrre un unico vino le ha permesso di rappresentare al meglio la specificità dell’Aglianico e la territorialità del Vulture, che offre a questo vitigno un’espressione unica. Il mix di microclima e terroir regala a questo rosso una grande riconoscibilità tanto da diventare un vero e proprio portavoce del made in Italy di qualità all’estero: Elena, che conta di arrivare a una produzione di 30mila bottiglie l’anno, esporta all’estero circa l’80% della sua produzione, in particolare in Canada e in Asia.

Arianna Occhipinti

Sicilia - Il sole sorge presto la mattina dai Monti Iblei, mentre il cielo arrossisce a strati e la luce calda si diffonde tra i filari di Fossa di Lupo, a illuminare le uve Frappato e Nero d’Avola.

Qui, nella contrada Fossa di Lupo (a Vittoria, in provincia di Ragusa), Arianna Occhipinti ha iniziato dodici anni fa la sua attività. Nipote d’arte (lo zio Giusto Occhipinti è il patron della nota azienda Cos) la sua filosofia è improntata al rispetto della terra e del suo equilibrio. In cantina la fermentazione avviene grazie all’uso di lieviti indigeni. Il suo è un vino naturale che, nelle sue armonie e asperità, racconta la terra dove è nato.

Terra lavorata a mano, uve cresciute organicamente senza l’uso di pesticidi, fungicidi, erbicidi, fertilizzanti chimici o sintetici: «Considero una ricchezza le essenze spontanee che crescono in vigna e aiutano il terreno a ossigenarsi e alimentarsi.

Cerco di mantenere la biodiversità non disturbare l’equilibrio naturale delle cose. Mi piace mantenere i vecchi cloni delle uve e l’innesto in campo: la vigna in questo modo è più resistente, più robusta e porta dentro di sé la trama di un passato e la forza per il futuro».

Da Arianna, anche la raccolta viene fatta a mano perché solo in questo modo si possono scegliere i grappoli migliori, più sani e più maturi. L’uva viene quindi selezionata prima in vigna e poi in cantina, perché «se la cura della vigna è fatta con attenzione, il passaggio in cantina diventa più semplice e richiede molti meno interventi».

Alice Motti

Marzo 2016

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