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Alla scoperta della Death Valley

Alla scoperta della Death Valley

Da dune sabbiose a profondi Canyon passando per città fantasma regine indiane e teatri dell’opera nella terra della tribù Timbisha

La Death Valley, “Valle della Morte”, evoca uno scenario infernale: temperature altissime, aridità, solitudine… In realtà questo parco nazionale non ha eguali al mondo.

Il suo paesaggio è estremamente vario e si passa dalle dolci curve delle dune sabbiose a meravigliosi canyon che incidono la terra; da grandi ammassi di roccia che sembrano sorvegliare il parco ad ampie distese bianche composte da agglomerati di sale.

Provenendo da sud, una delle prime località che si incontra è Zabriskie Point: un punto panoramico dove lasciarsi rapire dai calanchi dorati erosi in pieghe e gole. Si procede poi verso il Dante’s view da cui ammirare il punto più alto (Mt Whitney) e più basso (Badwater, 858 metri sotto il livello del mare!) degli Stati Uniti.

Con la bussola puntata a nord-ovest ecco le meravigliose dune di sabbia di Mesquite Flat e, 50 km circa verso ovest, Panamint Springs, località nei cui pressi si trovano delle inesplorate cascate circondate da salici piangenti e abitate da uccelli migratori.

Nell’area più settentrionale del parco, nei pressi di Scotty’s Castle, ecco il cratere Ubehebe che, profondo 235 metri, si mostra nel suo unico splendore. Principalmente chi si reca alla Death Valley lo fa per osservare questo paesaggio variegato e meraviglioso.

Poi si scopre che qui c’è molto di più. C’è tradizione, radici ben salde, leggende che narrano di regine indiane, città fantasma, miniere abbandonate, teatri dell’opera. Ci sono i ranger del parco che sorvegliano e proteggono ogni centimetro di questo spettacolo della natura.

Tuttavia sono guardiani molto più antichi quelli che abitano questa zona da un migliaio di anni e non hanno intenzione di abbandonarla: la tribù Timbisha Shoshone.

Questa tribù di indiani è nativa della zona del Panamint, nella zona occidentale della Death Valley, e ricorda come i loro antenati abitassero una zona fertile, ricca di laghi che permetteva agli uomini di coltivare la terra e di cacciare.

Poi qualcosa cambiò e la terra divenne arida, le temperature sempre più alte: “ground afire” (terra di fuoco) era il nomignolo dato al parco dai Timbisha. Solo nel 1849 il parco venne ribattezzato Death Valley da un gruppo di cercatori di oro che qui si persero.

La tribù Timbisha, negli anni, dovette rinunciare a buona parte del territorio che era abituata ad abitare e fu costretta in riserve indiane di dimensioni ridotte. Soltanto nel 2000 la tribù ha riconquistato parte delle sue terre ancestrali ottenendo 7500 acri di terreno (30 km²).

Oggi circa 50 indiani vivono nei pressi di Furnace Creek e i membri della tribù continuano a tramandare le loro origini e la loro lingua e lavorano – nell’ufficio sviluppo ambientale o in quello per la cura delle acque - per difendere l’ambiente in cui vivono.

Alcuni giovani Timbisha lasciano la Death Valley per studiare al college, ma spesso ritornano per lavorare nella riserva e dare il loro importante contributo a preservare questo luogo unico al mondo.

Laura Landi

Ottobre 2016

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