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Speciale Agricoltura - INTERVISTE: Bortolo Ghislotti

In questo numero: SPECIALE AGRICOLTURA con INTERVISTE A SEI ESPERTI DEL SETTORE

Bortolo Ghislotti - Presidente del Distretto Agricolo Bassa Bergamasca

Secondo lei, in estrema sintesi, quali ragioni hanno gli agricoltori alla luce delle recenti proteste svolte in Italia e in Europa e cosa invece non condivide delle loro rivendicazioni?

La prima considerazione che mi viene in mente - e parlo a titolo personale - è un parallelo con le proteste del 1997 per le quote latte: l’errore principale, oggi come allora, è di dividersi tra agricoltori e non presentarsi uniti. Molte delle rivendicazioni che hanno fatto scendere per le strade di tutta Europa gli agricoltori sono giuste e sacrosante; ma non coinvolgere anche le associazioni di categoria consente alle istituzioni di scavalcarci più facilmente: divisi siamo più vulnerabili.

Giusto, invece, è stato puntare su Bruxelles: oggi le decisioni si prendono in Europa, è lì che bisogna guardare e presidiare. A fronte di un settore di trasformazione industriale e della grande distribuzione che è molto forte e unito, il mondo agricolo non riuscirà a perseguire i propri interessi se non si coordina. È un’autocritica importante che faccio al nostro mondo, ma non c’è altra via se vogliamo far sentire la nostra voce.

Tra le rivendicazioni più legittime, senza dubbio vi è la necessità di un reddito minimo per le aziende agricole, che da sempre rappresentano l’anello debole della filiera agroalimentare. Collegato a questo aspetto è la concorrenza sleale che in Italia e in Europa subiamo perché importiamo prodotti a minore costo, ma provenienti da nazioni in cui non ci sono gli stessi controlli sanitari, né garanzie di qualità della filiera, né standard minimi ambientali o per il benessere animale. Questo non va bene.

Riguardo alla nuova Pac dell’Unione Europea, è vista male perché impone una serie di pratiche che non sempre sono corrette, anche se non tutte sono scorrette. In ogni caso, dobbiamo pensare per prima cosa a non far morire il nostro settore primario, oggi stretto tra burocrazia e sempre maggiori costi e adempimenti.

C’è un livello macro, globale, che concerne coltivazioni, allevamenti e trasformazioni industriali per un sistema alimentare organizzato su scala mondiale (comprese distribuzione e logistica) e un livello micro di agricoltura, spesso più tradizionale, legata alle specificità del territorio e a pratiche di comunità. Come possono convivere?

Devono convivere. La chiave sta nel collegare il più possibile produzioni e territori. Se è vero che esistono marchi come le Dop che legano il prodotto a un territorio di riferimento, d’altra parte ci sono marchi o denominazioni locali o nazionali che però consentono di utilizzare ingredienti provenienti anche da territori lontanissimi, purché lavorati in loco. È una fregatura per gli agricoltori, perché il sistema industriale trasformativo può rifornirsi da altre nazioni e vendere quei prodotti con nomi italiani, mettendo con le spalle al muro molte aziende agricole, soprattutto le più piccole, che non sopravvivono a prezzi di vendita così bassi.

La battaglia per il latte 100% italiano, condotta anche dalle pagine di questo giornale, ha portato vantaggi immediati per gli allevatori perché ha obbligato gli industriali a comprare latte esclusivamente dalle nostre aziende per poterlo denominare come 100% italiano, cosa che dovrebbe essere la norma, mentre prima potevano comprare latte munto altrove, che poi veniva solamente “confezionato” in Italia. Come è stato per il latte, analogamente è doveroso procedere in questo modo con molti altri prodotti o ingredienti di base.

Quali sono i tre obiettivi e iniziative prioritarie, sia legislative ma non solo, che le istituzioni pubbliche (europee e nazionali) devono perseguire per incidere su questo complesso sistema agroalimentare, a favore di tutti i cittadini?

Prima cosa è introdurre un sistema di etichettatura che riveli l’impronta di carbonio di un prodotto, ossia la quantità totale di carbonio emessa durante la produzione, il trasporto, l'uso e la fine del ciclo di vita. Questo ridurrebbe la concorrenza sleale e incentiverebbe pratiche sempre più sostenibili da parte dei produttori, ma anche dei consumatori, che saranno in grado di scegliere sulla base di informazioni certificate.

A tal proposito, altro obiettivo prioritario è informare seriamente il cittadino, i consumatori, sensibilizzarli e portarli a conoscenza delle differenze nelle filiere di produzione, perché possano comprendere il valore degli alimenti, la loro qualità e le modalità di produzione e trasporto, in modo da poter scegliere consapevolmente.

Terzo obiettivo è promuovere ad ogni livello il legame con il territorio e con la comunità di riferimento. La creazione dei Distretti agricoli territoriali, oggi distretti del cibo, sono una forma da sviluppare e su cui investire, per fare squadra tra tutto un territorio. Ci sono piccolissime produzioni di altissima qualità, che vincono premi in tutto il mondo: è tutto il sistema territoriale e istituzionale che deve sostenerle, così come le aziende che esportano in tutto il mondo, devono essere percepite come un patrimonio locale.

Uno sguardo al futuro. Come vede l’agricoltura tra 10 anni? Quali i rischi o le minacce più grandi? Quali le opportunità da cogliere per un’evoluzione positiva del settore?

La tecnologia e l’innovazione non si può fermare. Dalla carne coltivata (cosiddetta sintetica) agli Ogm, sono tutti percorsi da affrontare per gestirli e governarli al meglio, ma il futuro andrà verso direzioni che adesso nemmeno possiamo immaginare. Certamente anche la carne coltivata non sarà esente da problematiche e da costi energetici di “coltivazione”, ma come per gli Ogm, una tematica forte di criticità sarà la proprietà dei brevetti in mano a pochissimi soggetti, che deterranno le chiavi per sfamare il mondo intero.

Tra le opportunità da cogliere di quest’epoca, sicuramente abbiamo la tecnologia, che sta facendo passi da gigante e ci permette di superare notevoli criticità date ad esempio dalla siccità o altre conseguenze dei cambiamenti climatici. L’innovazione per adattarsi a questo nuovo mondo è necessaria e spesso è l’unica strada per continuare a fare agricoltura, l’importante è che sia sostenibile e supportata anche economicamente da tutto il sistema, senza ricadere sulle spalle degli agricoltori.

Marzo 2024

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