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Dall'alimentazione il 29% delle emissioni globali. La sfida di ripensare consumi, cibo e sviluppo

Dall'alimentazione il 29% delle emissioni globali. La sfida di ripensare consumi, cibo e sviluppo

 

Il convegno a Bergamo dedicato alle conseguenze dei cambiamenti climatici: parola agli scienziati. Buizza: «superare l'idea che crescita economica ed emissioni coincidano.

Disaccorpare il binomio crescita-emissioni, ripensare gli stili di vita, trasformare i consumi e - soprattutto – rendersi conto una volta per tutte che di alternative praticabili e più comode, ora come ora, iniziano a non essercene più molte: a sottolineare l'urgenza di un cambio di rotta è stato lo scienziato e geofisico Roberto Buizza nell'ambito del convegno “Cambiamenti climatici e conseguenze sulla vita futura, il cibo, l'agricoltura” svoltosi lo scorso 27 settembre all'interno di “Agricultura e del Diritto al Cibo” a Bergamo e in concomitanza con il terzo Global Strike per il Clima. 

Accanto al professore Roberto Buizza, al convegno hanno preso parte Damiano Di Simine di Legambiente Lombardia, Antonella Valer di Bilanci di Giustizia, il filosofo Luciano Valle e Marco Redolfi, assessore provinciale all'Ambiente e alle Politiche Giovanili, con la moderazione del direttore dell'Orto Botanico di Bergamo Gabriele Rinaldi. 

Emissioni e crescita. Un trend da invertire 

Sono i dati scientifici a raccontare un presente fatto di tendenze ormai incontrovertibili: l'aumento dei gas serra, l'innalzamento della temperatura globale media e lo scioglimento dei ghiacci rappresentano problematiche non più rimandabili e strettamente connesse agli stili di vita e ai processi economici in atto a livello mondiale. «Praticamente tutte le attività umane che portano a produrre qualcosa generano emissioni di gas serra – ha spiegato il professor Buizza durante il suo intervento -. Abbiamo creato un sistema basato sull'energia prodotta da combustibili fossili: è un problema enorme. Ridurre le emissioni significa ripensare totalmente i processi, disaccorpare il binomio tra crescita ed emissioni per poter invertire il trend».

Qualora ciò non avvenisse, le conseguenze sarebbero drammatiche: aumento delle ondate di calore, dei periodi di siccità e di fenomeni meteorologici estremi (con conseguenze su salute umana e agricoltura); carenza di acqua dovuta allo scioglimento delle nevi e dei ghiacci perenni; fenomeni migratori sempre più massicci, perché aree sempre più vaste diventeranno invivibili. Eppure «non necessario tornare a vivere come nel Medioevo per ridurre le emissioni – aggiunge Buizza -: basta pensare consciamente alle azioni quotidiane, alle scelte che mettiamo in campo». Secondo le stime, infatti, una singola persona nei paesi sviluppati produce una media di 7,05 tonnellate di CO2 all'anno, di cui il 29% connesse solo alle scelte alimentari: consumi domestici, trasporti su gomma e voli aerei sono le altre voci più impattanti sul totale (rispettivamente 28% , 14% e 14%). 

Ripensare il cibo e i consumi

Il cibo, quindi, è uno dei fattori più impattanti sui cambiamenti climatici. Ma quale cibo? Ed è possibile invertire la tendenza, soprattutto in un settore di tale vitale importanza per la popolazione mondiale? «La vera sfida attuale – ha commentato Damiano Di Simine di Legambiente Lombardia – è proprio far sì che l'agricoltura diventi parte della soluzione al problema climatico. Oggi non è così: è parte del problema. Oggi l'agricoltura pesa più dell'industria quanto a emissioni complessive di gas climalteranti, perché negli ultimi anni l'agricoltura non ha mai fatto i conti con il suo impatto sul clima».

Nell'analizzare il dato agricolo italiano e quello zootecnico connesso nello specifico alla Lombardia, Di Simine sottolinea quanto gran parte delle azioni necessarie per modificare questo approccio passi dai comportamenti alimentari: «I consumi degli italiani sono eccessivamente sbilanciati verso la carne. Ciò che in passato era la pietanza della festa e dell'occasione speciale, oggi è diventato un piatto quotidiano. Inoltre – aggiunge Di Simine – le soluzioni possono essere trovate anche nella riconversione dei settori agricoli sulla base della qualità e del miglioramento della vita degli agricoltori, seguendo l'esempio del settore enologico, che dopo lo scandalo del metanolo è diventato uno dei settori a più forte vocazione biologica. Ed è una cosa che rende anche economicamente».

Un'opzione, questa, che va a intrecciarsi strettamente con le scelte dei singoli in materia di consumi: a partire da una riflessione condivisa sull'approccio personale ai consumi quotidiani è nata ad esempio l'esperienza collettiva di Bilanci di Giustizia, che crea reti di persone e famiglie per monitorare non solo la quantità di consumi mensili ma anche la qualità. «L'obiettivo è quello di ridurre progressivamente i consumi particolarmente insostenibili soprattutto in materia alimentare, così come quelli non determinati dal bisogno - ha spiegato Antonella Valer durante il convegno -. In questo modo si crea una dimensione di cambiamento che genera consapevolezza e migliora la qualità della vita e delle relazioni».

 

Lo scienziato Roberto Buizza: «L'Italia dovrebbe essere in prima linea sul tema del clima»

Professore di fisica presso la scuola universitaria superiore Sant'Anna di Pisa e ricercatore in materia di fenomeni climatici, Roberto Buizza nel suo intervento ha presentato i dati relativi ai trend di emissioni e riscaldamento nell'arco degli ultimi decenni e ai rapporti tra aree geografiche e sviluppo economico. 

Prof. Buizza, le evidenze scientifiche ci sono, la tecnologia pure: secondo lei cosa impedisce oggi di prendere decisioni politiche decisive che vadano nella direzione di un minore impatto su clima e ambiente? 

«Credo che ci sia molta inerzia. La gente ha tendenzialmente paura del nuovo e i politici hanno paura di mettere in campo i cambiamenti necessari perché temono di non essere rieletti. Ma le decisioni in materia di clima non possono essere di destra o di sinistra. Ci riguardano tutti.»

Come si potrebbe porre l'Italia in questo contesto?

«L'Italia, data la sua collocazione geografica, avrebbe interesse ad affrontare la questione del clima il prima possibile: l'area del Mediterraneo sarà una di quelle più impattate dai cambiamenti climatici. Al nostro Paese conviene prendere una posizione di leadership sul tema, anche da un punto di vista economico». 

Qual è il problema principale connesso alle emissioni di gas climalteranti?

«L'aumento dei gas serra è oggi una tendenza indiscutibile: dal 2016 abbiamo ricominciato ad aumentare le concentrazioni di CO2 a un ritmo più veloce di prima, soprattutto con la crescita economica di paesi quali Cina e India. Il problema nasce da due fattori: tutte le attività umane emettono gas serra e il modello di sviluppo e crescita seguito finora in tutto il mondo è strettamente connesso all'apporto di energia da combustibili fossili»

Che soluzioni immagina? 

«Abbiamo bisogno di una nuova rivoluzione industriale, che conduca a una società decarbonizzata. Si parla tanto di industria 4.0. Bene, parliamo invece di industria 5.0, cioè non solo ad alto livello di automazione ma che ragioni e si sviluppi sulla base della riduzione delle emissioni: trasporti elettrici, produzione di energia da fonti rinnovabili, efficientamento. Ma anche, non dimentichiamolo, ripensamento degli stili di vita e dei modelli di alimentazione»

Ottobre 2019

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