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Australia in fiamme. La “Chernobyl della crisi climatica”

Australia in fiamme. La “Chernobyl della crisi climatica”

La terra dei canguri messa in ginocchio dai roghi. Ma la politica continua a scegliere il carbone

È arrivata finamente la pioggiain Australia, dopo settimane di roghi che hanno messo in ginocchio il paese. Intanto, la conta dei danni ha raggiunto numeri da capogiro: migliaia di sfollati, decine di vittime umane e di dispersi, quasi un miliardo di animali uccisi, interi ecosistemi distrutti forse per sempre, oltre 50 mila chilometri di boschi ridotti in cenere (come Piemonte e Lombardia messe insieme), circa 2 mila case devastate dalle fiamme.

Intanto è bruciata un'area grande tre volte quella degli incendi del 2018 in California e sei volte quella dei fuochi in Amazzonia del 2019, e sull'Australia incombe una nube di fumo grande quanto l'Europa intera. A Capodanno, Canberra era la città più inquinata del mondo a causa delle emissioni dovute ai roghi, particolarmente intensi nell'Australia orientale.

Lo scrittore Richard Flanagan dalle colonne del New York Times ha definito il dramma australiano un “suicidio quasi perfetto” grazie alla combinazione letale di fattori naturali e meteorologici e di politiche assolutamente indifferenti - quando non apertamente ostili - alle questioni climatiche.

«Come ha osservato una volta Mikhail Gorbachev, l'ultimo leader sovietico, il collasso dell'Unione Sovietica iniziò con il disastro di Chernobyl nel 1986 - ha commentato Flanagan - . Nel 2006 scrisse che all'indomani della catastrofe il sistema sovietico divenne insostenibile. Può essere che l'immensa e ancora in atto tragedia australiana possa diventare la Chernobyl della crisi climatica?». Una domanda aperta, e drammatica.

Una tragedia annunciata

All'origine dei roghi che hanno piegato la terra dei canguri ci sarebbero soprattutto le condizioni climatiche straordinarie e le ondate di caldo che hanno investito il Paese nelle scorse settimane: una situazione non del tutto inusuale – elevate temperature e roghi occasionali sono un fenomeno ricorrente in questa stagione, corrispondente alla primavera e all'estate australe – ma che quest'anno è stata particolarmente violenta. Il 18 dicembre è stato registrato come il giorno più caldo della storia dell'Australia, con temperature che in tutto lo stato hanno superato i 40°C (il record è stato di 41,9°C): un'ondata di caldo che ha fatto seguito alla primavera più secca di sempre nel Paese, a cui a sua volta era preceduta una stagione autunnale con scarsità di precipitazioni (soprattutto negli stati di New South Wales e Queensland, dove si concentra la maggior parte degli incendi).

Non solo: nell'Australia orientale la siccità era cominciata già un paio di anni fa, creando una grande quantità di materiale secco particolarmente infiammabile. Il campanello d'allarme è suonato a settembre 2019, quando è andato a fuoco il Binna Burra Lodge, un hotel situato in una zona del Queensland solitamente umida e fresca e coinvolta di rado in fenomeni simili. Gli incendi sono poi aumentati progressivamente nel corso delle settimane successive, al punto che lo scorso 11 novembre il New South Wales ha catalogato come “catastrofico” - per la prima volta da dieci anni a questa parte - il rischio roghi.

Da allora sono migliaia gli sfollati, il governo federale ha inviato aerei e navi militari per trasferire le persone rimaste intrappolate sui litorali e gli scenari assomigliano sempre di più a un'apocalisse. Accanto alle motivazioni climatiche – che restano la causa principale degli incendi – non mancano anche i roghi dolosi: a inizio gennaio le autorità australiane hanno accusato 183 persone in tutti il Paese – tra cui 40 minorenni – di aver appiccato volontariamente incendi boschivi negli ultimi mesi, mentre un altro centinaio è accusato di reati minori (come il non rispetto del “fire ban”, il divieto di accendere fuochi all'aperto) o di incuria (come il gettare a terra sigarette o fiammiferi).

In un Paese come l'Australia, ciclicamente minacciata dal rischio roghi, atteggiamenti simili – se verificati – possono costare fino a 21 anni di carcere.

La conta dei danni

Difficile fare già una conta dei danni ufficiale. Secondo le stime, sarebbero quasi 2mila le case distrutte dai roghi. Gli incendi avrebbero prodotto finora un danno economico complessivo pari a 700 milioni di dollari australiani (dati dell'Insurance Council of Australia). Finora le vittime sono 25 e quasi altrettanti i dispersi, ma il numero rischia di crescere.

Altrettanto drammatico è anche il bilancio ambientale, soprattutto se si considera il fatto che l'Australia è caratterizzata dalla presenza di moltissimi ecosistemi autoctoni che rischiano di esser persi per sempre: le ultime stime di Wwf Australia parlano di quasi un miliardo di animali coinvolti direttamente o indirettamente negli incendi.

Una perdita che comprende migliaia di koala della costa centro-settentrionale del New South Wales (i roghi hanno cancellato 5 milioni di ettari di foreste, di cui 3,4 nella regione: un'area pari al 30% dell'intero habitat dell'animale), ma anche altre specie iconiche come canguri, wallaby, petauri, cacatua, potoroo e uccelli melifagi. Stime a cui vanno aggiunte le perdite di immense aree di foreste e parchi naturali in alcune delle aree più incontaminate del paese, con tutto il loro patrimonio di biodiversità in termini di flora e fauna.

«La scienza ci stava avvertendo già da un decennio del fatto che gli effetti dei cambiamenti climatici stavano diventando sempre più gravi – ha commentato Dermot O'Gorman, Ceo di Wwf Australia - Siamo davanti a incendi senza precedenti, aggravati notevolmente dal riscaldamento globale».

Maglia nera alle politiche australiane

Eppure l'Australia sembra non essere particolarmente propensa a prestare orecchio alle analisi scientifiche e alle pressioni degli ambientalisti.

L'Australia è oggi uno dei paesi che boicotta con più fervore gli accordi internazionali sul clima, difende strenuamente la sua industria estrattiva ed è classificata al 56esimo posto su 61 Paesi quanto a impegno per il contrasto al cambiamento climatico secondo il 2020 Climate Change Performance Index (CCPI): in altre parole, è uno dei Stati più inquinanti al mondo, con un punteggio pari a zero nella valutazione della politica climatica, dovuto anche alla cancellazione – appena dopo la rielezione del primo ministro conservatore Scott Morril a maggio - della Garanzia Energetica Nazionale (NEG), programma energetico comunque ritenuto inadeguato per raggiungere gli obiettivi degli accordi di Parigi.

Guidata da oltre dieci anni da una coalizione liberal-conservatrice, l'Australia fonda il grosso della sua economia sul carbone (al secondo posto tra le esportazioni australiane, dopo il gas, e utilizzato per generare quasi i due terzi dell'elettricità interna) e nega a oltranza i rischi per il clima connessi alle emissioni di CO2 nell'atmosfera.

Già a ottobre 2018, durante la Cop24 di Bruxelles, Morrill aveva difeso le compagnie minerarie, dichiarando che la priorità del governo era «assicurare che i prezzi dell’elettricità siano più bassi per le famiglie e per le aziende».

È stato invece durante la Cop25 di Madrid di dicembre 2019 che l'Australia ha tentato la manovra del recupero dei vecchi crediti carboniferi per il 2020, così da evitare di mettere in campo politiche ben più incisive per rispettare gli impegni emissivi – più ambiziosi – presi per il 2030: una manovra che non è piaciuta.

E che ora, combinata con i roghi e le proteste della popolazione, potrebbe rimettere sul piatto le (inesistenti) politiche climatiche del governo australiano.

Erica Balduzzi

Gennaio 2020

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