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Il punto di non ritorno

Il punto di non ritorno

Il presidente Trump ritira gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima mentre la Groenlandia si scioglie e noi lentamente ci estinguiamo

La tendenza di molti pseudo ecologisti è prendere le parti della cara Madre Terra: si surriscalda, patisce, è assetata, non respira; questa prospettiva però è la più antropocentrica di tutte.

Se da un lato attribuirle caratteristiche umane permette specialmente ai più piccoli di familiarizzare con i problemi relativi al cambiamento climatico, dall’altro il discorso viene deviato su una falsa pista: la Terra, da quando esiste, ha subito enormi trasformazioni, che l’hanno portata a essere un sistema equilibrato ottimale per il proliferare di forme di vita.

Probabilmente il mondo come si presenta oggi smetterà di esistere e nel corso dei millenni futuri si evolverà in qualcos’altro, come ha sempre fatto.

Ciò significa che è in grado di plasmarsi e adattarsi a nuove condizioni, senza che questo lo distrugga. Il punto fondamentale che molti stentano a comprendere è che il cambiamento climatico incide pesantemente sul nostro ecosistema, quello che ci permette di vivere e prosperare insieme a tanti altri esseri viventi, quindi siamo noi – anello debole della catena – a essere seriamente in pericolo, non il nostro pianeta.

Le piante e alcuni tipi di animali forse si adatteranno, impareranno a vivere in condizioni diverse, ma altri sono destinati a estinguersi e noi siamo tra questi.

Turbano, a questo punto, soprattutto l’ingenuità e la superbia dell’uomo che si sente invincibile al punto di non essersi preoccupato per tanto, troppo tempo del proprio futuro, della salvaguardia della propria specie.

Secondo diversi studi scientifici abbiamo superato il punto di non ritorno: la Groenlandia si scioglie perché sia la temperatura del mare sia quella dell’aria sono sempre più elevate, questo porterà a breve all’innalzamento del livello degli oceani oltre che alla diminuzione del tasso di salinità dell’acqua, che avrà conseguenze nefaste per gran parte della flora e della fauna marina e in ultima analisi per l’uomo stesso.

Si tratta solo di uno dei possibili scenari dell’inesorabile trasformazione della Terra in un pianeta sempre meno adatto a ospitare vita, in cui la crescita della popolazione mondiale è inversamente proporzionale alla disponibilità di risorse.

Dal Portogallo all’Italia

Le notizie di questi giorni ci portano in Portogallo, dove l’anticiclone africano che da giorni imperversa sulla penisola iberica con forti raffiche di vento bollente è il principale responsabile dell’incendio indomabile che ha interessato tutta la zona centrale e ha già mietuto più di sessanta vittime.

Anche in Italia la situazione non è incoraggiante: al di là dei soliti servizi televisivi estivi che con illuminata serietà suggeriscono di ripararsi dal sole durante le ore più calde e bere molta acqua, la siccità è un fenomeno costante in Veneto, Piemonte e Sicilia ma anche Emilia Romagna e Toscana, che hanno dichiarato con un decreto lo stato di crisi idrica per l’intero territorio regionale e lo stesso si appresta a fare la Sardegna.

Il livello del Po è sceso due metri e mezzo sotto lo zero idrometrico con un rischio di desertificazione di vaste aree sempre più alto. Sono necessari quindi strutturali e capillari interventi sul territorio, nazionale e internazionale affinché il baratro in cui scivoliamo non si avvicini troppo velocemente.

Accordo di Parigi 2015 e uscita degli Usa

Accordi politici in questa direzione sono stati fatti, certo: l’ultimo a Parigi nel 2015 dove dopo dodici giorni di negoziati, viene approvato l’accordo internazionale sul clima, firmato da quasi duecento governi, tra cui quelli di Cina e Stati Uniti, i principali responsabili delle emissioni di gas serra.

Occorrerà però verificare la loro efficacia, visto che i Paesi aderenti non sono sottoposti a particolari vincoli o sanzioni nel caso l’accordo non venisse rispettato. Il documento finale entrerà in vigore nel 2020 e i Paesi firmatari si sono impegnati a limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali.

Tuttavia, non sono stati fissati dei limiti nazionali alle emissioni e secondo diversi scienziati e attivisti il programma non è abbastanza ambizioso.

Resta il fatto che per la prima volta potenze emergenti, come Cina e India, si sono impegnate contro il riscaldamento globale e questo rappresenta una svolta rispetto al passato.

In tutto ciò, gli Stati Uniti, in quel momento guidati da Barack Obama, si erano impegnati a ridurre del 26% le emissioni di anidride carbonica entro il 2025.

A giugno però, come un fulmine a ciel sereno, è arrivata la decisione del nuovo presidente Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo per il presunto svantaggio che questo comporterebbe sull’economia statunitense.

In realtà si tratta solo dell’ultimo di una serie di nefasti interventi del presidente volti a eliminare molte delle norme introdotte da Obama per ridurre le emissioni e incentivare il passaggio dai combustibili fossili a fonti di energia alternativa.

Oltre ad aver fatto retromarcia sulle centrali elettriche alimentate a carbone di cui l’ex presidente prevedeva la sostituzione con impianti eolici e solari, Trump ha nominato Scott Pruitt, uno scettico dei cambiamenti climatici, alla guida dell’agenzia per la protezione ambientale (Epa) e ha proposto di tagliare drasticamente i fondi dei programmi scientifici sul clima.

Reazioni e scenario internazionale

La decisione della Casa Bianca di uscire dagli accordi di Parigi è stata criticata sia all’interno dei confini sia all’estero con un’agguerrita Angela Merkel che, a seguito del G7 di Taormina di fine maggio, si dichiara insoddisfatta rispetto agli esiti della discussione sul clima e rammaricata per la decisione degli Stati Uniti di uscire dal patto.

Anche sul piano politico la scelta di Trump avrà importanti conseguenze: se Washington riduce il proprio impegno in politica internazionale, altre potenze ne approfitteranno per imporsi, prima fra tutte la Cina, che probabilmente riuscirà a raggiungere gli obiettivi fissati dall’accordo di Parigi.

Sembra che le emissioni di anidride carbonica della Cina abbiano, infatti, cominciato a scendere dieci anni prima del previsto e la portavoce del ministero degli esteri cinese Hua Chunying ha dichiarato che il Paese continuerà a perseguire un modello di sviluppo sostenibile, appoggiato dall’Unione Europea che insiste nell’investimento in fonti di energia alternative.

Sul fronte interno Trump si trova a scontrarsi con una larga fetta dell’opinione pubblica, giustamente preoccupata per gli effetti sul clima e con importanti esponenti nel panorama economico statunitense, che da anni ormai puntano su fonti di energia alternative, visto che il carbone fossile è destinato a non essere più un investimento così interessante per il mercato internazionale.

Un tweet del sindaco di New York Bill de Blasio annuncia la decisione di aderire a un ordine esecutivo che permetta alla città di mantenersi all’interno dell’accordo di Parigi. Anche la California si scontra con le decisioni del presidente Trump e il governatore Jerry Brown ha dichiarato di voler organizzare un movimento contro le decisioni prese dalla Casa Bianca.

Inquinamento che uccide

Si parla molto di terrorismo e il panico convulso che prende le folle può avere i risvolti della finale di Champions a Torino, ma dal rapporto “Qualità dell’aria in Europa 2016” risulta che lo smog tra il 2000 e il 2014 ha causato in Europa 467 mila morti premature, molte di più rispetto alle vittime di attacchi terroristici.

Siamo a conoscenza di questi dati? Ne parliamo abbastanza? E soprattutto ci importa?

Forse prima di ritrovarci con raccolti distrutti dalla grandine e improvvise ondate di calore con drammatiche perdite nel settore agricolo, dovremmo smettere di mascherare la nostra falsa coscienza dietro la spesa bio a Km zero o il marketing “verde” perché da soli non bastano: occorre smettere di coltivare prati all’inglese, che hanno questo nome non a caso, raccogliere le acque piovane e riciclarle creando sistemi di irrigazione autonomi e soprattutto avere la ferma consapevolezza che l’acqua corrente potabile a portata di rubinetto è un lusso che forse non potremo sempre permetterci.

Mara D’Arcangelo

Luglio 2017

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