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L’Italia che arde. L’Ispra conferma: 2015 un anno di caldo record

Infografica ISPRA 2016

Piogge torrenziali durante l’inverno e siccità nel periodo estivo sono i sintomi che il clima della nostra penisola sta cambiando

L’XI rapporto Ispra relativo agli indicatori del clima in Italia nel 2015 parla chiaro: il cambiamento climatico sta ridisegnando la geografia del nostro territorio e di tutto il Pianeta.

«L’Italia ha sete», affermano gli esperti e «l’Italia è spaccata in due», precisa il rapporto Ispra. Se la Sicilia, nella fattispecie Lampedusa, ha registrato le temperature più alte oltre che le estati più lunghe e afose, in Liguria, presso il Passo di Giovi, le precipitazioni sono state estreme. In poche parole, il clima tropicale sta bussando alle porte del Mediterraneo.

L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale -grazie ai dati raccolti in 1100 stazioni climatiche dislocate sul territorio- conferma che l’Italia soffre di un drastico calo delle precipitazioni nelle zone centro-settentrionali, dovute a un innalzamento della temperatura media nazionale.

Il 13% in meno di piogge sono state registrate nelle aree continentali italiane, mentre la temperatura media annuale è oscillata da un +1,58° C a + 2,53° C nel periodo estivo.

Una pericolosa anomalia

Il 2015 è stato l’anno globalmente più caldo dal 1880 a oggi, rappresentando l’apice del climax iniziato dopo il 2000 in cui la terraferma e gli oceani hanno registrato le temperature più alte della storia.

Questa anomalia climatica, riferita soprattutto alle temperature massime, è stata stimata a partire dal rateo di variazione ottenuto considerando +0.33 ± 0.06°C / 10 anni per le ore diurne e notturne nel periodo che è intercorso tra il 1981 e il 2015.

Anche i mari hanno sofferto di un innalzamento delle temperature pari a 1,28 °C durante lo scorso anno, influenzando importanti cambiamenti nelle abitudini fisiologiche della fauna e della flora marina. Per quanto riguarda le precipitazioni, il 2015 ha registrato un valore inferiore alla media climatologica annuale: il nostro settentrione è stato bagnato complessivamente dal 21% in meno di piogge, mentre il centro dal 17%, generando il fenomeno noto come deficit idrico, dannoso per il maggior numero di colture tradizionalmente prodotte nel nord Italia.

Parallelamente, le analisi sulla percentuale di umidità relativa, peculiare delle regioni del sud e delle isole, hanno decretato lo scorso anno come il terzo più secco dal 1961.

L’indice di siccità, che ha visto a Passo di Giovi un massimo di sei giorni asciutti (ovvero con precipitazioni inferiore o uguale a 1 millimetro) consecutivi e a Lampedusa 135, è infatti rappresentativo della frequenza e dell’intensità delle precipitazioni giornaliere.

Cambia il clima, cambia il pianeta

Questo non può che comportare effetti disastrosi per l’ambiente e per gli esseri viventi sulla Terra. Basti pensare ai profondi mutamenti a cui sono costretti gli animali che popolano i mari e non solo, alla necessità per l’uomo di selezionare specie vegetali più adatte a climi sempre più caldi e asciutti da una parte e a convivere con periodi di piogge sempre più lunghi dall’altra.

In poche parole, ciò che mangeremo, la natura che ci circonda e la nostra stessa vita subiranno delle profonde mutazioni se l’umanità tutta non adotta politiche sostenibili per frenare il continuo aumento delle temperature globali. Per spiegare il fenomeno, alcuni ricercatori statunitensi hanno riportato l’esempio della copertura nuvolosa: neanche le nubi sono immuni al cambiamento climatico, negli ultimi decenni hanno cambiato consistenza, forma e posizione e, come gli uragani, si stanno sempre più spostando verso i poli.

Il rapporto Ispra, elaborato sui dati statistici rilevati dal Sistema nazionale per la raccolta, l’elaborazione e la diffusione di dati Climatologici di Interesse Ambientale e realizzato in collaborazione con altri organismi nazionali, dimostra come l’analisi delle serie storiche relative agli indicatori di temperatura e precipitazioni, possa definire le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici.

Il consumo e la produzione energetica, la conversione dei processi industriali, i servizi affiliati al settore edilizio e residenziale, la produzione agricola, la gestione e il trattamento dei rifiuti e soprattutto lo sviluppo della mobilità sostenibile sono alcune delle azioni concrete che possono influire significativamente sul meccanismo di arresto (o quanto meno al rallentamento) del cambiamento climatico.

La febbre che colpisce il mondo

Una preoccupazione globale, quella per l’aumento della temperatura della Terra, che sta mobilitando diversi centri di ricerca internazionali, tra cui quello dell’Università di Leeds, in Gran Bretagna, che ha recentemente elaborato i dati del satellite Cryosat in merito al discioglimento dei ghiacci in Groenlandia, fenomeno primariamente responsabile dell’innalzamento del livello degli oceani.

E ancora, l’Università di San Diego, in California, ha pubblicato un articolo sulla rivista scientifica “Nature” nel quale viene spiegata l’espansione delle fasce subtropicali e delle ondate di siccità come effetto dell’aumento della concentrazione dei gas serra.

Al così detto Global Warming, riscaldamento globale, sono riconducibili tutti i fenomeni metereologici estremi, dalla desertificazione allo scioglimento dei ghiacciai, dalla tropicalizzazione delle zone a clima temperato all’aumento del rischio idrogeologico.

Se non si attueranno immediate forme di contenimento degli agenti che provocano il riscaldamento globale, il rischio sarà quello dell’innalzamento del livello dei mari, della diffusione di pericolose malattie tropicali, la diffusione di specie non autoctone infestanti sia nel mare che sulla terraferma e molti altri fenomeni anomali.

In conclusione, a seguito dell’XI rapporto Ispra, vale a dire dell’ennesima prova della gravità degli effetti dell’intervento dell’uomo sull’ambiente, è necessario che si adottino efficaci strategie di contenimento delle esternalità negative a livello ambientale, affinché -sul lungo periodo- le buone pratiche possano neutralizzare le emissioni residue e quelle inevitabili.

A noi, nella quotidianità, resta la responsabilità delle abitudini e dei comportamenti nei confronti del mondo che ci circonda e della vita futura.

Ilaria D’Ambrosi

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