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Brexit, Europa e democrazia

floating britain

Alle accuse di miopia ai populisti inglesi o alla presunzione di lungimiranza delle élite europee, preferisco di gran lunga lo spietato realismo della democrazia.

Dura lex sed lex: l’esercizio della democrazia è complicato, ma necessario e anzi doveroso.

La ricerca del consenso, volenti o nolenti, non è un fatto accessorio, bensì è parte integrante del processo di coinvolgimento e partecipazione della cittadinanza nella gestione della cosa pubblica. Lo scossone del voto che sancisce l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea era stato inizialmente previsto, ma probabilmente era ritenuto recuperabile “last minute”, confidando nella presunta saggezza dei cittadini chiamati come sempre a votare responsabilmente.

E invece questa volta il verdetto popolare ha scatenato una bufera epocale, dalle conseguenze - queste sì - non previste, a partire dalle reazioni interne allo stesso Regno Unito, spaccato come non mai tra regioni e ragioni pro e contro l’uscita dall’Ue e spaccato da opposte valutazioni di opportunità e di opportunismo politico; una frattura acuita all’indomani del fatidico referendum, sbigottiti dall’ira funesta dei mercati finanziari e dalle reazioni poco accomodanti, per non dire rabbiosamente deluse, degli ex partner continentali.

A tutti, ai cittadini britannici, alle loro istituzioni, ai cittadini europei ma soprattutto alle nostre flemmatiche istituzioni europee, verrebbe da dire: è la democrazia, bellezza!

Perché mai i sudditi di sua Maestà avrebbero dovuto scegliere di rimanere nell’Unione Europea? Perché fare leva su un senso di ideale responsabilità e solidarietà, quando il club delle 28 nazioni Ue appare a molti come una delle principali cause dell’attuale malfunzionamento delle nostre società e delle nostre economie, oltre che alla base di una crescente minacciosa immigrazione?

A differenza del caso Grexit, non è nemmeno possibile limitare la portata della questione, considerando il notevole peso politico, economico e finanziario che Londra da sempre può vantare nella governance europea e considerando le speciali prerogative appena strappate a Bruxelles.

Impossibile altresì invocare l’immaturità di un popolo, quello anglosassone, storicamente abituato a ricevere e anzi “sfruttare” positivamente un’immigrazione proveniente da tutto il mondo, spesso in arrivo anche dall’Italia. Nel caso Brexit non si può proprio eludere il nocciolo della questione: la democrazia ha le sue regole, è difficile, impegnativa, costosa, inefficiente, tortuosa, limitata e limitante, spregiudicata, a volte meschina, scoraggiante, quasi sempre altalenante.

Ma il consenso dei cittadini, o almeno il consenso della maggioranza, è la sua cifra caratterizzante, il suo tratto essenziale. Se si vuole rimanere nell’ambito di un processo democratico, non ci sono alternative. Sicuramente è più facile dare la colpa ai populisti, a chi parla “alla pancia” del paese o a chi strumentalizza le istituzioni europee per finalità diverse, accusandole di colpe non loro, ma questo tipo di rischio, in democrazia, è inevitabile e sempre esisterà.

La presenza dell’opposizione e di un costante confronto, anche aspro, è parte costitutiva del processo democratico. Certo è più facile criticare che costruire, è facile additare ciò che non va piuttosto che considerare i progressi fatti. In generale si tende sempre a dare per scontate quelle conquiste che si ritengono ormai acquisite e lo stesso vale nel caso del percorso europeo: l’assenza di guerre, la composizione delle dispute commerciali o nazionali all’interno di un contesto istituzionale condiviso, una corte di giustizia europea, la libera circolazione delle persone e lavoratori, un mercato unico e una moneta unica.

L’euro potrebbe proprio figurare da caso emblematico, essendo spesso oggetto di critica, ma solamente perché non si considera che l’alternativa di avere tante diverse monete nazionali porterebbe al loro immediato crollo di fronte alle prime turbolenze valutarie, trascinando nel baratro le rispettive economie nazionali, se non fossero sorrette da una solida Banca centrale europea.

Infine, in epoca di globalizzazione, per contare nelle sfide internazionali più rilevanti, strategiche, militari, umanitarie, ambientali, è impensabile e anacronistico non ricercare una pur difficoltosa unità di fondo, sostanziale e formale, all’interno di una comunità europea che si identifichi nelle sue istituzioni.

Eppure quel che manca è proprio questa identificazione da parte dei cittadini nelle istituzioni europee, concentrate nelle loro estenuanti trattative per dover sempre raccordare 28 stati membri. Manca il senso di appartenenza a un percorso di integrazione europea di portata storica, verso obiettivi elevati e sulla base di valori e di una storia comuni che non possono essere messi in discussione, una storia europea alla ricerca di un progressivo equilibrio tra emancipazione economica e sociale, sviluppo e solidarietà, all’insegna dei diritti civili e delle libertà personali, tutelate appunto dai nostri ordinamenti democratici.

Ma democrazia significa consenso e il consenso va ricercato, costruito e presuppone uno sforzo continuo di coinvolgimento e partecipazione, che può allungare tempi e costi, ma senza il quale non si crea una consapevole identità europea. La mancanza di chiarezza e di semplicità dell’assetto istituzionale europeo limita questa identificazione politica, tanto quanto la mancanza diffusa di una classe dirigente che sappia indicare obiettivi e sacrifici a un’opinione pubblica costretta – inevitabilmente – a dover fare i conti con la quotidianità e la concretezza. La trascurata percezione del valore complessivo del progetto europeo è una precisa responsabilità che unisce governanti e governati, stati e istituzioni.

Le democrazie del vecchio continente devono riportare il baricentro dalle istituzioni alle persone e imparare a esprimere orgogliosamente le proprie ambizioni, ribadire i valori fondanti e mostrare i progressi raggiunti e da raggiungere, senza nascondere limiti o criticità, perché le opportunità e libertà che soggiacciono al processo democratico sono davvero impagabili, ma finché non ne saremo consapevoli, non saremo convincenti.

Diego Moratti 

Luglio 2016

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