Gli attentati delle ultime settimane scuotono le coscienze ma impongono una riflessione critica che tenga in considerazione storia, geopolitica, religione e civiltà
Le ultime notizie riguardano l’abbattimento del jet russo da parte della Turchia. Molti - a cominciare da Erdogan - non vedono di buon occhio l’alleanza tra Mosca e l’Occidente nella lotta allo Stato Islamico. Sono settimane feroci, che non lasciano ad alcun sentimento sano il tempo di maturare.
Il dolore per gli attentati di Parigi, di Beirut e di Bamako ha dato vita a una serie di reazioni istintive e confuse, cui sono seguite riflessioni spesso mancanti di una visione d’insieme.
L’accanimento della stampa e dei governi sui dettagli degli accadimenti, sulle coordinate geografiche e sui numeri delle vittime hanno l’utilità del qui e ora, ma tendono ad allontanare lo sguardo critico per lasciare spazio alle dichiarazioni affrettate che hanno come principale effetto quello di disorientare l’opinione pubblica, già legittimamente spaventata.
Si innescano così meccanismi di paura e sospetto che diventano poi facile preda di ideologie populiste e semplicismi da mercato.
La storia non mente
Non si può pretendere certamente in questa sede di dare un resoconto esaustivo della storia novecentesca del Medioriente e dell’Europa -il che resterebbe un presupposto imprescindibile per capire seriamente la situazione attuale- ma l’intento è fornire in via preliminare quantomeno qualche coordinata e riferimento in più sul fenomeno.
Conoscere l’identità del gruppo terroristico sunnita che sta destabilizzando l’Europa e il Medioriente è difficoltoso anche per la sua forma cangiante e la pluralità di nomi con cui viene chiamato. Nasce come una fazione della resistenza sunnita all’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, che si faceva chiamare Al Qaeda in Iraq, o Aqi.
Nel 2007, in seguito alla morte del suo fondatore, Aqi ha cambiato nome in Stato Islamico in Iraq, o Isi.
L’espansione territoriale in Iraq ha dato al gruppo terroristico le risorse per approfittare dello scoppio della guerra civile in Siria nel 2011 e porsi in opposizione alle repressioni del dittatore siriano sciita Bashar al Assad.
Nel 2013 si installa nell’area orientale della Siria, assumendo il nuovo nome di Stato islamico in Iraq e Siria (Isis). Isis si presenta quindi armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita che impone un rigido orientamento antisciita), con il tacito consenso degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.
Perché è proprio la Siria il centro nevralgico delle complesse dinamiche che coinvolgono il Medioriente?
Per rispondere in maniera esaustiva a questa domanda occorrerebbe andare parecchio indietro nel tempo e passare in rassegna gli imperialismi e colonialismi che hanno interessato questa zona; per ora, basti pensare che si tratta di un territorio strategico sia da un punto di vista economico (in Siria c’è il petrolio e lo sbocco sul mare) sia da un punto di vista politico (confina con molte “zone calde”), per questo fa gola a tutti.
Daesh è il nome che ultimamente viene impiegato nei titoli dei giornali in riferimento a tale organizzazione terroristica perché pronunciato da ministri e capi di governo ed è quello più diffuso nei Paesi arabi, anche se i membri del gruppo terroristico lo chiamano semplicemente al dawla, (che significa “lo stato”) e minacciano chiunque usi il termine Daesh.
Il termine viene preferito dai leader occidentali perché permette di non conferire al gruppo la dignità di Stato.
Eppure ciò che rende Daesh diverso da cellule terroristiche come Al Qaeda, oltre alle maggiori risorse finanziarie di cui dispone, è proprio la peculiarità dell’aver dato un territorio statale al terrorismo islamico.
Paradossale se si pensa a quanto il concetto di “Stato” sia pregno di storia occidentale, eppure l’Isis ha conferito una sovranità a un territorio con l’ulteriore intento di estendere lo Stato islamico in Asia, Africa e Levante.
Molti fanno leva su questi presupposti per affermare in modo tranciante e disilluso che siamo in guerra: di fatto, dicono, uno Stato è stato attaccato da un altro Stato e ora ha il diritto di difendersi. Si tratta di una guerra nomade, indefinita, polimorfa e asimmetrica, ma pur sempre di guerra si parla.
Caccia all’Isis o forse no
Attentati come quelli che si sono susseguiti in queste settimane squarciano i veli di Maya costruiti da media e governi. Si ricomincia a parlare delle pedine, delle mosse e delle strategie messe in atto sullo scacchiere della politica internazionale e alcune questioni ora emergono in tutta evidenza.
L’Isis non è spuntato come un fungo velenoso dopo una giornata di pioggia, eppure la Nato, alleanza militare che dovrebbe rappresentare l’Occidente, si è mossa in ritardo e in modo caotico: la tacita -ma neppure troppo- complicità tra la politica di Erdogan e gli interventi del gruppo islamico non è stata particolarmente osteggiata, mentre grandi parole di rimprovero sono state spese contro la Russia per i bombardamenti ai ribelli islamisti di Al Nusra.
Di fatto, non si è potuto parlare finora di una vera e propria politica di intervento per stroncare l’Isis sul nascere: negli anni ben poco si è fatto contro il traffico di armi e anzi Germania, Francia e Stati Uniti sono tra i principali promotori del mercato degli armamenti in Medioriente.
Per non parlare poi della fitta rete di rapporti commerciali con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, padrini e principali finanziatori dello Stato Islamico. Tutti coinvolti nella creazione di questo mostro dunque, tanto che nessuno sembra volerlo veramente combattere.
Un fronte unico russo-statunitense contro i jihadisti pare ancora un miraggio, senza contare che dopo l’Afghanistan e l’Iraq nessun leader occidentale ha veramente voglia di avventurarsi nell’impresa di un’offensiva via terra. Quali sono le priorità reali e quali gli interessi in gioco? La partita rimane aperta, palla al centro.
L’Islam in Europa
Al di là di certi sterili dibattiti sui colpevoli, occorre riflettere sul fatto che le radici di questo fenomeno sono interne all’Europa e alla sua storia coloniale più di quanto non si voglia far credere.
La figura del nemico in questi giorni viene identificata con un male esterno quando si vogliono legittimare i bombardamenti in risposta e come un cancro interno per avallare provvedimenti securitari e stati d’allarme.
Eppure, la questione è meno manichea e più complessa: la presenza e lo sviluppo dell’Islam in Europa va approfondita per provare a fare un ritratto delle seconde generazioni immigrate che sia più attento e capace di comprendere perché lo Stato Islamico sia riuscito a diventare così accattivante e pervasivo anche in Occidente.
Molenbeek, il quartiere di Bruxelles a prevalenza musulmana da cui provenivano i terroristi di Parigi, è passato da un imbarazzante anonimato al brutale assalto di giornalisti nevrotici in pochi giorni.
Finalmente è emersa la voce della gente che lì ci abita da anni e sulla questione ha una prospettiva non solo interessante, ma essenziale. Mentre tutti i giornali si scervellano per capire come sia potuto diventare un “covo di jihadisti”, molti pensano che le persone coinvolte nell’attentato non avessero gli strumenti né l’interesse a farsi portavoce del terrore o che addirittura si tratti di un complotto di potenze occidentali per cacciare i musulmani dal cuore del continente.
Un’ipotesi estrema, ma comprensibile è il rancore delle testimonianze che emerge nell’amara constatazione che di Molenbeek e dei musulmani si parla solo ed esclusivamente quando accadono eventi tanto spiacevoli, mentre nessuno si occupa del razzismo, della disoccupazione, della miseria, delle violenze che ammorbano questi luoghi.
D’altro canto sono molte le voci anche interne alla comunità islamica che parlano di anni di propaganda religiosa aggressiva e lassismo politico: da vent’anni diversi centri islamici reclutano numerosi combattenti da mandare in patria; l’estremismo religioso diventa l’occupazione principale, insieme al traffico di droga, di tanti giovani fragili che intravedono nel salafismo radicale un mantra di vita.
Anche in questo caso bisogna fare dei distinguo: la maggior parte dei giovani jihadisti nel continente hanno cittadinanze europee e si sono radicalizzati grazie a internet e non nelle moschee. Spesso sono giovani che non hanno una formazione religiosa approfondita e si convertono all’Islam molto tardi; per usare le parole di Oliver Roy, esperto di Islam politico, “non si tratta di radicalizzazione dell’Islam quanto di islamizzazione del radicalismo”.
Ma dove andare a ricercare le cause di questo fenomeno sociale? Forse nel senso di esclusione delle seconde generazioni dal grande Occidente, per cui nonostante un’affiliazione linguistica perlopiù consolidata, bruciano ancora la discriminazione, la laicità ostentata, la ghettizzazione nei quartieri e l’isolamento a scuola.
Non si può fare di tutta l’erba un fascio, certo, ma si può e si deve constatare che finora le politiche di integrazione applicate in Europa hanno fallito.
Il panico strategico
La carta vincente dell’Isis è la sua contemporaneità. I fanatici del terrore si insinuano negli anfratti di due grandi piaghe odierne: il rapporto tra società occidentale e musulmani e le lotte di potere che insanguinano il Medioriente da ormai troppo tempo; il tutto grazie all’utilizzo di internet e strumenti di terrorismo psicologico e visivo, oltre che fattuale.
È il panico endemico ciò che ci deve preoccupare di più, perché è proprio lì, nei sentimenti dei singoli uomini, che il gruppo islamico vuole colpire: la precipitosa dichiarazione di stato di guerra di Hollande suscita il ghigno compiaciuto di chi da tempo premedita e propaganda “lo scontro finale di civiltà” in Terra Santa; giovani dall’identità smarrita che non si riconoscono nella bandiera e negli occhi del Paese che abitano, diventano prede ancora più facili da adescare se la retorica dell’autodifesa nazionalista degli Stati anziché includere, favorisce le stigmatizzazioni.
Quale occasione più ghiotta della crisi dei profughi per smorzare i tentativi di solidarietà degli europei, resi già precari dalla disoccupazione e da ideologie populiste?
L’Isis vuole dividere e innestarsi sulla frammentarietà del nostro tempo e della nostra civiltà; se di conflitto vogliamo parlare, è necessario tener conto della mancanza di confini territoriali, della stratificazione di cause e variabili in gioco, della schizofrenia di internet, ma anche della rabbia covata in grembo a una storia coloniale spietata e un’emigrazione inevitabile e dolorosa.
A chi reclama senza indugio la necessità di ritrovare un’identità occidentale forte da difendere a spada tratta, verrebbe da chiedere una riflessione sul presupposto che sta alla base di tutte queste infuocate considerazioni, ovvero l’identità tra Occidente e democrazia, o ancora, tra Occidente e valori della civiltà.
Lamentiamo di sentirci sotto attacco da parte di un nemico esterno, ma non sembriamo vedere che l’altra faccia della medaglia di un mondo in rete è la spartizione di sofferenze “altrui” e la conseguente responsabilità di una risposta. Il battito d’ali di una farfalla in Medioriente oggi ci riguarda più che mai.
Mara D’Arcangelo



























































