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Per una politica del cibo

Per una politica del cibo

Territori a confronto su alimentazione e agricoltura sostenibile. Le esperienze di Milano, Torino e Bergamo presentate alla 6a edizione del Festival dell’Ambiente

«Per una politica del cibo serve la somma di tante piccole azioni, a partire dalla salvaguardia del territorio. È necessario condividere una regia comune», con queste parole l’assessore all’Ambiente del Comune di Bergamo Leyla Ciagà ha aperto le danze di quella che è stata un’importante occasione di confronto tra città, in tema di politica del cibo.

A fare da scenario al convegno “Per una politica del cibo. Territori a confronto su alimentazione e agricoltura sostenibile. Dalle sfide di Expo agli Atlanti del cibo: i casi di Torino, Milano e Bergamo” la soleggiata mattinata di sabato 27 maggio, seconda data della sesta edizione del Festival dell’Ambiente di Bergamo. Al tavolo dei relatori, moderato da Diego Moratti, direttore responsabile di infoSOStenibile, oltre all’assessore Ciagà, si sono succeduti gli studiosi delle tre città a confronto: Andrea Calori per Milano, Giacomo Pettenati per Torino e Simon Maurano, insieme a Chiara Demaldè per Bergamo.

Dal Tavolo agricoltura al vertice del G7 a Bergamo

Bergamo il 14 e 15 ottobre sarà sede del G7 dell’agricoltura. Si prospetta così un’importante occasione di confronto ai vertici, un appuntamento tra chi può determinare cambiamenti su ampia scala, ma che deve servire anche da stimolo per le politiche locali, innescando riflessioni e azioni in vista di sistemi di approvvigionamento del cibo davvero sostenibili, che tengano conto delle specificità territoriali.

Il convegno sulle politiche del cibo è stata dunque in qualche modo una delle traduzioni di questo impegno delle realtà locali a voler fare il punto della situazione su quanto messo in atto finora e sulla direzione da intraprendere in tema di gestione sostenibile delle risorse alimentari.

L’assessore Ciagà ha presentato l’intento programmatico del Comune di Bergamo, il cui impegno a far fronte alle politiche alimentari locali in modo sistematico e integrato è rappresentato dal Tavolo agricoltura.

Istituito ormai da oltre un anno, si tratta di uno spazio di confronto presieduto dal sindaco Giorgio Gori e chiama a raccolta associazioni di categoria, l’Orto botanico, il Parco dei Colli, il Bio-distretto dell’agricoltura sociale, l’Università di Bergamo e alcune associazioni della società civile tra cui la rete di Cittadinanza Sostenibile.

Agricoltura periurbana, filiera corta e mercati dei produttori locali sono i primi temi in agenda di questo tavolo di consultazione che intende produrre effettive ricadute su scala paesaggistico ambientale e nella promozione concreta di pratiche di filiera corta e dei produttori locali. «Il tema non è solo avere luoghi di distribuzione dei prodotti locali ma, a monte, disporre di suolo per la produzione di questi prodotti – prosegue l’assessore - ecco perché l’agricoltura periurbana dev’essere tra le nostre priorità anche come difesa del suolo dall’urbanizzazione e dalla cementificazione».

Così il passo dall’agricoltura periurbana al tema del recupero di aree industriali dismesse è breve; tutto si tiene perché cibo è anche territorio e la sua salvaguardia.

Ne è un esempio l’ampliamento del Parco agricolo di Bergamo, a sud della città, che di recente ha visto raddoppiata la propria superficie con l’aggiunta di 50 ettari di terreno sottratti all’edificabilità. Leyla Ciagà conclude anticipando il leit motiv degli interventi successivi: «Mappare l’esistente è il presupposto necessario per poi mettere in atto politiche efficaci del cibo».

Consiglio Metropolitano del Cibo di Milano

È stata poi la volta dell’esperienza di Milano, presentata da Andrea Calori, esperto in politiche territoriali, di sviluppo locale e di cicli alimentari sostenibili e, tra le altre cose, partner di EStà (Economia e Sostenibilità), centro di ricerca e formazione sulle questioni della sostenibilità.

Il suo lavoro in tema di politiche di sviluppo locale partecipato e auto-sostenibile lo vede da tre anni impegnato sul fronte della definizione e progettazione di una politica urbana del cibo a Milano, a partire dalla individuazione di una regia comune di quelle politiche che direttamente o indirettamente hanno a che fare con il cibo.

«Ad oggi infatti ci sono politiche agricole, non politiche del cibo – sostiene Calori –. Il sistema del cibo è molto più complesso. Nel mondo ci sono città che si sono attivate per governare i propri bisogni in rapporto al cibo. Occorre che ogni città, con le sue specificità, si interroghi su come governare tale complessità».

Una riflessione che può e deve scaturire anche dall’osservazione di come negli ultimi anni, a Milano e non solo, è andata affermandosi una certa tendenza ad approcciare stili di vita sostenibili. Così, a Milano, lo sforzo di questi anni di ricerca è andato nella direzione di portare a sintesi le tante realtà e pratiche esistenti: gruppi di acquisto solidale, negozi a filiera corta, raccolta differenziata, ecc.

Si sono fatti incontri pubblici nei 90 municipi della città metropolitana e, da un’analisi delle situazioni già in essere, si sono raccolti tramite consultazione i temi sentiti come prioritari in merito alla politica alimentare milanese. Da questa base si sono elaborate dieci questioni sul sistema del cibo a Milano, portate in Consiglio comunale. Un lavoro che nelle sue fasi di sviluppo ha innescato l’idea di un vero e prorprio Consiglio Metropolitano del Cibo, al fine di consolidare e istituzionalizzare la partecipazione e il confronto su queste tematiche.

«Non si costruisce nulla da zero. Nel mondo ci sono diversi esempi di Consigli del cibo - tiene a precisare Calori -. L’agricoltura fino all’Ottocento è stata un tema della città; è solo in tempi relativamente recenti che ha smesso di esserlo. Per questo oggi serve mappare i luoghi (anche non fisici) in cui si è tornato a discutere di temi legati al cibo e serve interrogarsi su cos’è il sistema del cibo in una città come Milano, per integrare l’esistente».

Verso le politiche urbane del cibo: il ruolo della ricerca e il caso di Torino

La parola è poi passata a Giacomo Pettenati, dottore di Ricerca in pianificazione territoriale e sviluppo locale presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino e membro del gruppo di ricerca che lavora sul progetto Atlante del Cibo e sui processi di definizione delle Urban Food Policies di Torino.

A partire da alcuni dati sulla città metropolitana, Pettenati ha fatto emergere la complessità a cui si deve far fronte in tema di politiche del cibo in un’area che conta un milione e mezzo di persone che ogni giorno consumano quasi 1600 tonnellate di cibo.

Una complessità che deriva anche dal periodo di transizione che la città sta vivendo; transizione istituzionale da città a metropolitana, sociale, ma anche simbolica, non più città della Fiat ma della cultura, del turismo e sempre più riconosciuta come “città del cibo”: basti pensare ai prodotti di alta qualità (cioccolato, vino, caffè), agli eventi di richiamo internazionali (Salone del Gusto di Slow Food), agli attori internazionali (Slow Food, Eataly, Lavazza), ai legami con territori produttori di cibo di fama internazionale (le Langhe).

Torino è poi già abbondantemente in fermento in tema di reti alternative di approvvigionamento del cibo: la metropoli conta 42 mercati contadini tutti i giorni, 15 farmers’ market organizzati e 70 gruppi di acquisto solidale; inoltre, il Mercato di Porta Palazzo – che è il mercato a cielo aperto più grande d’Europa – ospita almeno 60 banchi dei contadini.

Questo significa che, facendo il conto, ci sono circa 300 contadini al giorno che vendono i propri prodotti in città. Un fermento e una complessità che proprio perché tale necessita di una Food Policy condivisa e di sistema.

E se al momento sono attivi quattro processi paralleli – Torino Smile, Tavolo Torino Città del Cibo, Nutrire Torino Metropolitana, Progetto Dear - che vanno in questa direzione, nessuno di loro ha portato alla definizione di una vera e propria food policy.

È alla luce di uno scenario così articolato che secondo Pettenati «l’Università riveste un ruolo importante di accompagnamento strategico nel facilitare i tavoli di lavoro che mettono in dialogo le diverse realtà.

Questo è quanto fa il progetto Towards the Turin Food Policy, Atlante del cibo di Torino Metropolitana, l’osservatorio delle dinamiche del sistema del cibo torinese, nell’intento di integrare processi istituzionali e pratiche spontanee dal grande potenziale creativo».

L’Università di Torino inoltre si è impegnata anche in prima linea, riflettendo su se stessa come attore del sistema del cibo. Il tema del cibo è infatti il focus di uno dei cinque tavoli di lavoro di UniToGo, il green office dell’università che intende definire strategie e azioni concrete per migliorare il funzionamento stesso dell’università.

Pettenati chiude il suo intervento lanciando alcuni spunti di riflessione: verso quale sistema del cibo si intende andare? Non basta che sia ri-localizzato, si dovrebbe piuttosto tendere a una ri-territorializzazione, vale a dire tornare a vedere un territorio come un sistema? Alla ricerca l’ardua sentenza.

Dalle pratiche dal basso alle politiche partecipate

Sempre di ruolo della ricerca universitaria come supporto a una governance del cibo hanno parlato anche Simon Maurano e Chiara Demaldè, studiosi dell’Osservatorio Cores dell’Università di Bergamo che hanno presentato, per la prima volta in veste ufficiale, la mappatura degli Alternative Food Network di Bergamo e provincia.

«Come gruppo di ricerca interdisciplinare, guidati dalla professoressa Francesca Forno, promotrice del progetto, siamo partiti dalle osservazioni sui consumi rilevando due tendenze speculari negli ultimi vent’anni - spiega Maurano -: la prima caratterizzata da minore spesa alimentare, costante frequentazione di fast food e continuo spreco di cibo; mentre alla seconda si ascrivono fenomeni come un diffuso interesse per il cibo, boom di scuole di cucina, movimenti alla Slow Food, recupero di tradizioni e produzioni locali, attenzione agli sprechi. Tendenze che fanno riferimento a due modelli economico-sociali diversi - economia lineare o economia circolare - e a reti diverse di approvvigionamento del cibo, convenzionali o alternative».

Va tenuto presente d’altra parte che anche le reti alternative non sempre sono sostenibili; alcune filiere corte locali per esempio rispondono solo alla domanda di cibo fresco, senza prestare attenzione all’impatto ambientale della produzione.

In ogni caso le reti alternative del cibo possono essere spazi di informazione e di auto-educazione, oltre che di innovazione: dal loro interno si innescano nuovi immaginari, nuovi circuiti economici, una nuova idea di governance del territorio.

Ecco dunque perché è importante conoscerle e fare in modo di metterle in dialogo non solo tra loro ma con tutti gli altri attori che si occupano di cibo, nell’intento di passare dai movimenti interni alle reti alternative del cibo a un discorso di governance territoriale.

A Bergamo la ricerca sulle reti alternative del cibo è partita dallo studio dei Gas che, nel tempo, hanno fatto da apripista su temi quali il consumo critico e la co-produzione dal basso, mostrandosi innovativi nella ricerca di sostenibilità del consumo, della produzione e dell’approvvigionamento. Il lavoro di mappatura si è poi esteso facendo emergere i dati visibili nella tabella qui accanto.

Parte di questa mappatura è andata poi a confluire nel progetto Bergamo Green “Bergamo Hub urbano dell’agricoltura biodiversa”, frutto di una ricerca collettiva promossa dal Comune e Osservatorio Cores che ha coinvolto alcuni studenti dell’Università di Bergamo e contribuito alla realizzazione di un sito web, Bergamo Green, dove si potranno a breve trovare tutti i “green shops” di Bergamo e che viene illustrato più in dettaglio a pagina 17.

Uno strumento utile non solo per i cittadini ma anche per gli stessi negozianti che in questo modo saranno facilitati nella ricerca di realtà simili, con cui mettersi in sinergia.

Milano, Torino, Bergamo: territori diversi ma che, seppur nella loro specifica complessità, condividono la necessità di individuare una regia comune che faccia non solo da mediazione ma che traduca le tante questioni attorno al tema del cibo in reali ed efficaci politiche.

Angela Garbelli

 

Alternative Food Network: Mappatura delle iniziative nella provincia di Bergamo

> 370 Aziende a filiera corta (vendita diretta, auto-raccolta in azienda, mercati a filiera corta): di cui 172 in regime di agricoltura biologica certificata e un nucleo in SPG

> 67 Gruppi di acquisto solidale per un totale di persone stimate pari a circa 4-5.000

> 113 Orti urbani a Bergamo città, di cui 50 cittadini e 63 lotti del Comune

> Circa 60 «Green shops» mappati a Bergamo, tra negozi e ristoratori con prodotti biologici, a filiera corta, a km 0

> 29 Mercati dei produttori a filiera corta e km zero con 16 soggetti organizzatori diversi

> 144 Agriturismi

> 73 Fattorie didattiche

> 3 «L’Alveare che dice sì» piattaforme di vendita on-line con spazi fisici di incontro tra produttori e consumatori.

Giugno 2017

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