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Mostre non mostre... per vivere l’esperienza dell’arte

Chagall

A Milano le mostre multimediali dedicate a Klimt e Chagall

Alla fine degli anni Venti, l’architetto tedesco Mies Van der Rohe, a proposito di mostre e allestimenti, aveva sostenuto che il compito delle “esposizioni del futuro” sarebbe stato quello di “intensificare la nostra vita”.

Quasi un secolo dopo possiamo dire che il profetico maestro del Movimento Moderno aveva intuito la direzione verso la quale le mostre d’arte si sarebbero indirizzate in futuro: non soltanto presentare opere per l’osservazione ma anche coinvolgere il visitatore in un’esperienza.

Questo cambiamento di prospettiva ha aumentato notevolmente l’importanza dell’allestimento e ha portato al diffondersi di pratiche espositive impensabili in passato tanto che, in determinati casi, l’esperienza del fruitore ha assunto pari importanza rispetto all’oggetto dell’esposizione.

Oggi il successo di molte mostre non dipende da ciò che lo spettatore vede ma da quanto avviene in lui durante la visita: le emozioni che prova e dunque la qualità e intensità dell’esperienza che gli viene proposta.

L’arte all’epoca della riproducibilità digitale

Questa premessa è necessaria per contestualizzare il grande interesse suscitato nell’ultimo anno dalle mostre multimediali, veri e propri spettacoli tecnologici che si stanno confermando come una delle tendenze più forti in questo ambito.

È il trend del momento: le grandi mostre multimediali stanno facendo il giro del mondo, ottenendo una straordinaria partecipazione di pubblico.

Non è un caso che oggi, nella città Milano, due importanti istituzioni museali stiano ospitando esposizioni di questo genere: al MUDeC fino all’8 gennaio c’è “Klimt Experience”, mentre al Museo della Permanente fino al 28 gennaio si può visitare “Chagall. Sogno di una notte d’estate”.

Ma che cosa sono le mostre multimediali e qual è il loro scopo? Si fondano su un paradosso tipicamente contemporaneo: sono esposizioni virtuali nelle quali nessuna opera è realmente presente, tutto viene mostrato attraverso riproduzioni digitali.

La non autenticità dei quadri e la natura effimera del percorso espositivo non scalfiscono la qualità di queste esposizioni perché hanno obiettivi diversi rispetto alle mostre classiche: lo spettatore non è invitato a contemplare opere ma a vivere un’esperienza immersiva per avvicinarsi all’arte attraverso una conoscenza emotiva, non razionale.

In “Klimt Experience” si viene accolti in una grande stanza buia nella quale, per più di un’ora, su pareti, soffitto e pavimento scorrono centinaia di immagini: oltre all’intera produzione dell’artista viennese anche foto d’epoca e ricostruzioni della capitale austriaca in pieno fermento artistico.

In questo viaggio virtuale, lo spettatore può assaporare l’atmosfera della Vienna dei primi decenni del Novecento, cogliere le innovazioni proposte dagli artisti della Secessione e, grazie all’altissima definizione delle immagini - maggiore del Full Hd - notare e osservare i dettagli di certe opere di Klimt. Anche in “Chagall.

Sogno di una notte d’estate” lo spettatore è avvolto da proiezioni di immagini e ingrandimenti di particolari di opere ma l’ambiente è ancora più ampio e strutturato e gli è data la possibilità di muoversi nello spazio.

Ma la condizione di base è la stessa, per entrambe le esperienze: nelle mostre multimediali il tempo di osservazione è scandito da una regia esterna e il percorso espositivo scorre davanti agli occhi del visitatore; nulla si può fermare e il visitatore deve necessariamente abbandonarsi al flusso delle immagini che gli vengono proposte.

Mostre o non mostre?

La sfida che le mostre multimediali hanno raccolto è l’attrazione di un pubblico che non ha conoscenze specifiche e non frequenta musei.

E la forza di attrazione che questi spettacoli esercitano è notevole: invitano ad avvicinarsi all’arte in modo ludico, presentando opere liberate dalla loro aura sacrale perché non originali ma riprodotte.

Questa modalità evita anche che i quadri vengano dati in prestito, e dunque spostati, da un museo all’altro: fatto importante perché ogni viaggio è un fattore di rischio per prodotti così fragili e preziosi.

Dopo una prima fase pioneristica e sperimentale, nella quale l’autoreferenzialità tecnologica rischiava di oscurare i contenuti, la qualità di questo tipo di esposizioni è migliorata notevolmente, anche grazie all’intervento di storici dell’arte e museologi che, vinta la diffidenza iniziale, hanno contribuito con importanti apporti teorici e tecnici.

Tuttavia la sfida delle mostre multimediali si potrà dire davvero vinta quando un visitatore, incuriosito da un artista scoperto durante una spettacolare esperienza virtuale, tornerà al museo per conoscere le sue opere, fermandosi davanti a un quadro per tutto il tempo che sentirà di volerlo osservare e subendo il fascino che soltanto un’opera reale può trasmettere.

Livia Salvi

 

«Take me, I’m yours»: L’arte di rompere le regole

Una mostra, ma non nel senso classico del termine, perché stravolge i canoni della fruizione artistica ai quali siamo abituati.

Si può interagire con le opere toccandole e scomponendole; gli oggetti presentati vanno presi e portati via, si possono persino lasciare i propri oggetti a disposizione di altri: sono i curatori stessi che invitano a farlo. Tutto ciò sconvolge il classico visitatore museale, abituato alle rigide restrizioni che vietano anche solo di respirare a qualche centimetro di distanza dalle opere esposte.

La mostra in questione è “Take me - I’m yours”, storico allestimento di Hans Ulrich Obrist e Christian Boltanski, che dopo un’anticipazione a Bologna è ora visitabile a Milano, presso lo spazio Pirelli HangarBicocca, fino al 14 gennaio 2018.

Un progetto in continua evoluzione

“Take me, I’m yours” è un progetto espositivo collettivo che ha fatto parlare di sé fin dalla sua prima presentazione, alla Serpentine Gallery di Londra nel 1995.

Da allora ha fatto il giro del mondo approdando in diverse città: New York, Buenos Aires, Copenaghen, Parigi… Ogni volta viene presentato in una nuova versione perché i curatori desiderano inserire elementi di novità in ogni capitolo di questo particolare progetto in continua evoluzione: la mostra si adegua non solo al luogo ma anche al tempo in cui è allestita.

Nella versione milanese, curata da Obrist e Boltanski insieme a Chiara Parisi e Roberta Tenconi, sono presenti molte e diverse installazioni: cumuli di abiti di seconda mano che i visitatori possono prendere (meglio se portati via con la famosa borsa firmata da Boltanski su cui campeggia la scritta “Dispersion”), ossa commestibili, scatole di sardine da pescare, disegni incompiuti che l’artista stesso suggerisce di bruciare, per completare l’azione artistica, ritratti fai-da-te (con un modello in carne e ossa a cui ispirarsi) e poi cartoline d’autore, spille e caramelle… tutto da sottrarre intenzionalmente all’esposizione per contribuire alla destabilizzazione dell’ordine delle cose, obiettivo primario della mostra.

Questione di democrazia

Ma qual è il messaggio che un’esposizione di questo tipo vuole trasmettere? È chiaro che l’idea di fondo è quella di scardinare le convenzioni artistiche, non tanto nel presentare quasi esclusivamente oggetti di uso quotidiano, ma proprio perché al visitatore viene proposto di partecipare attivamente così da vivere l’arte in modo diretto e coinvolgente.

Chi visita “Take Me I’m Yours” deve agire, toccare le opere, prenderle, portarsele a casa per poi scegliere che cosa farne: ci sarà chi le conserverà alla stregua di oggetti pregiati da tenere come ricordo dell’esperienza artistica e chi invece li riporterà al loro uso quotidiano.

In entrambi i casi l’obiettivo della mostra sarà stato raggiunto: “democratizzare” l’arte, sottrarre le opere esposte e liberarle dalla tradizionale aura di sacralità che solitamente le circonda per renderle invece accessibili, per metterle veramente a disposizione di tutti.

Gli artisti in mostra sono una cinquantina, tra cui Yoko Ono, Maurizio Cattelan, Gilbert & George, Franco Vaccari.

Tra i nomi italiani anche il bresciano Francesco Vezzoli che sarà presente idealmente, attraverso un disegnatore selezionato da lui stesso, che farà un ritratto a chi lo desidera, aggiungendovi poi una singolare lacrima rossa.

Questa è la firma dell’artista bresciano, che vuole in questo modo traghettare nell’arte il pianto, invitando poi ciascuno a portarsi via, insieme con l’opera, le proprie lacrime.

Questa è forse la postazione più tradizionalmente artistica, altre sono più singolari e bizzarre. Come la macchina per fotocopiarsi. Che dire? Non resta che viverla.

Per maggiori informazioni:

www.hangarbicocca.org/mostra/take-me-im-yours

Lorenzo Dell'Onore 

 

Didascalia foto: Hans Ulrich Obrist e Christian Boltanski, curatore della mostra

Dicembre 2017

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