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Mondo latte e dintorni

Latte vaccino

Stop della UE al “latte” vegetale. Cresce il valore del latte (e del burro) alla stalla

Vegetale e animale non sono la stessa cosa e - diretta conseguenza - dai semi della soia non si ricava il latte. Sembrerebbe un concetto banale, eppure per specificare che nel latte di soia non c’è il latte e che le due bevande non sono nutrizionalmente comparabili, c’è voluta una sentenza.

Lo scorso 14 giugno, infatti, la Corte di Giustizia Europea è stata chiamata a intervenire presso un tribunale tedesco in merito alla controversia tra l’azienda TofuTown che produce e distribuisce prodotti vegan food, utilizzando denominazioni quali “burro di tofu” e “formaggio vegano” e l’associazione Verband Sozialer Wettbewerb, che da anni si batte contro la concorrenza sleale.

La Corte ha stabilito che solo i prodotti lattiero-caseari di origine animale possono riportare in etichetta la denominazione di latte, burro, formaggio, panna, yogurt e crema di latte.

I prodotti vegetali che finora utilizzavano sulla confezione la dicitura “latte” o “formaggio” (per citarne alcuni: latte di soia, latte di cocco, latte di riso, tofu) sono ora costretti a correggere la propria definizione in “bevanda a base di” per poter essere commercializzati.

Tale specificazione non è solo un mezzo utile a contrastare la concorrenza sleale delle aziende, ma si pone anche come risposta al disordine linguistico che si è creato negli ultimi tempi in campo alimentare, conseguenza diretta dell’invasione di prodotti sempre più nuovi che troviamo sugli scaffali dei supermercati, sfruttando il cosiddetto “milk sounding”, ovvero prodotti che sembrano latte ma che in realtà non lo sono.

«Finalmente si è fatta chiarezza su questo punto ed è importante tutelare i consumatori che hanno diritto a informazioni chiare e complete - spiega il nostro esperto Bortolo Ghislotti -. Infatti, si tratta di etichette potenzialmente ingannevoli, un vero e proprio furto di identità a danno delle aziende produttrici di latte, formaggio e prodotti caseari veri».

Ciò non significa, tiene a sottolineare Ghislotti, screditare i prodotti di origine vegetale, semplicemente si chiede di dichiararne la provenienza a beneficio della trasparenza.

Quella stessa trasparenza che l’anno scorso era stata reclamata per quei prodotti che condividevano sulla confezione il logo della bandiera italiana, nonostante sul territorio nazionale venisse concretizzata solo l’ultima fase di confezionamento del latte munto invece in paesi stranieri.

Valore del latte in aumento

Proprio il successo italiano raggiunto il 19 aprile 2017 con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine della materia prima utilizzata, ha portato come conseguenza al graduale aumento del prezzo del latte, giunto oggi a 37 centesimi (contro i 29 centesimi registrati nell’aprile 2016).

A cosa è dovuto questo incremento? Come ci spiega Bortolo Ghislotti, la normativa appena citata ha bloccato la circolazione del Made in Italy contraffatto in ambito lattiero-caseario, imponendo alle aziende industriali che vogliono vendere latte italiano, di comprare il latte in Italia.

Un ruolo decisivo è stato svolto anche indirettamente dalla campagna mediatica contro l’olio di palma. L’olio di palma è un grasso di origine vegetale con una composizione simile a quella del burro. Proprio grazie alle sue caratteristiche e ai costi bassi di produzione, molte industrie alimentari negli anni scorsi lo avevano inserito nei processi di lavorazione al posto del burro.

Se utilizzato nelle quantità e nelle modalità adeguate, c’è da dire che l’olio di palma non rappresenta un rischio per la salute, tuttavia, la sua sempre maggiore richiesta ha contribuito al fenomeno della deforestazione mondiale, con gravi ripercussioni sull’ambiente.

La sensibilità dei consumatori verso i temi ambientali ha permesso l’inversione di rotta: il burro, dapprima surclassato dall’olio di palma, ha così riguadagnato il suo posto nelle industrie alimentari. Va da sé che l’aumento del prezzo del latte ha comportato l’aumento del prezzo del burro (quasi del 90%) a livello industriale.

«Tuttavia l’entusiasmo non deve farci perdere di vista i nostri obiettivi - conclude Ghislotti -. Uno di questi è quello di far riaprire le aziende che la crisi ha costretto a chiudere negli ultimi anni, dando agli allevatori la possibilità di investire nelle proprie attività. È un momento buono per il settore del latte, eppure non è sufficiente a recuperare un anno che è stato disastroso dal punto di vista economico. L’Unione Europea sta dimostrando attenzione al mondo agricolo, ma per essere coerente, bisogna continuare a lavorare sulle politiche a livello locale».

Sheela Pulito

Luglio 2017

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