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Mais locali, mais del futuro. La sfida di Slow Mays

Mais rosso

A Bergamo il quinto incontro nazionale della rete di Slow Food dedicata alla tutela e alla conservazione dei mais antichi. Berlendis: «È un progetto politico di nuova alimentazione»

Il mais tra passato e futuro, tra conservazione ed evoluzione. Ma soprattutto, il mais come possibile risposta alle sfide che la questione climatica ci sta ponendo con sempre maggiore urgenza. Nel solco di questa consapevolezza lo scorso 1 e 2 dicembre si è svolto a Bergamo il quinto incontro nazionale di Slow Mays, la rete di Slow Food che raccoglie i produttori di varietà locali a impollinazione libera di mais, che coltivano questo cereale per alimentazione umana e con modalità agro-ecologiche in grado di garantire sia la storicità dell'ecotipo che la gestione ecosostenibile dell'intera filiera, dal campo alla tavola.

Tra mercato contadino, forum delle comunità e conversazioni pubbliche, i due giorni di Slow Mays – organizzati in collaborazione con l'Orto Botanico Lorenzo Rota di Bergamo e la rete di Slow Food provinciale e regionale e con il patrocinio dell'Amministrazione comunale - sono stati occasione di scambio e confronto su un tema importante: quello della conservazione della biodiversità a partire da un cereale che nel corso della storia umana ha connesso popoli e continenti.

Proteggere le varietà locali di mais

La rete di Slow Mays è “figlia” del primo Mais Network istituito a Gandino (BG) dieci anni fa. Costituita durante Expo 2015 a Milano, censisce 36 ecotipi di mais provenienti da 9 regioni del centro-nord Italia, coltivati da 160 produttori e selezionati dalle comunità locali. Si basa su alcuni pilastri fondamentali: la difesa delle biodiversità, il libero scambio dei semi, il diritto all'autodeterminazione delle comunità, la condivisione dei saperi e la relazione con custodi dei semi e produttori di mais nel resto del mondo.

Tutte realtà che si oppongono allo strapotere delle multinazionali dell'agroindustria e all'utilizzo di pochissime varietà di mais ibride e transgeniche, adatte ad essere sfruttate per il valore industriale, ma di fatto “malate”, perché mangiano la terra, inquinano e impoveriscono il suolo. Al contrario Slow Mays si prefigge di valorizzare il mais conservato dalle piccole comunità locali, perché ne sia riconosciuto il ruolo ecologico, alimentare, culturale.

Conservazione ed evoluzione

L'appuntamento dell'1 e 2 dicembre a Bergamo ha visto la partecipazione di diversi produttori e custodi di mais locali. A cominciare dalla bergamasca, che vanta sul suo territorio ben tre varietà di mais tradizionali antichi: il Rostrato Rosso di Rovetta, lo Spinato di Gandino e il Nostrano dell'Isola. Ma erano presenti anche produttori dal Friuli, dal Veneto, dal Piemonte e dalle Marche.

Durante tutta la giornata di sabato sul Sentierone i produttori di mais dalle varie regioni italiane si sono uniti agli stand del Mercato della Terra di Bergamo per una edizione davvero speciale del mercato, affollata di gente, durante la quale non poteva mancare la degustazione di polenta e di altri prodotti realizzati con i differenti mais presenti.

«Non stiamo parlando di singoli mais – ha spiegato Lorenzo Berlendis, coordinatore nazionale di Slow Mays, durante le conversazioni pubbliche sul tema tenutesi in Città Alta domenica 2 dicembre – ma di intere comunità che si approcciano alla coltivazione del mais. È di fatto un progetto politico di nuova alimentazione».

Berlendis ha delineato nel corso dell'incontro alcune linee guida imprescindibili per Slow Mays: la selezione partecipata e conservativa dei semi, il seme come proprietà comune delle comunità locali che l'hanno selezionato e conservato, il dovere etico delle generazioni attuali verso le future nella conservazione della fertilità del suolo, il valore del lavoro umano rispetto a quello meccanico e infine la promozione delle declinazioni alimentari di questi mais, più nutrienti, sicuri ed etici di quelli a derivazione industriale.

Il nodo cruciale del dibattito si è concentrato sulla necessità di capire se essere conservatori o evolutori. Se da un lato infatti è necessario tutelare la biodiversità, dall'altro c'è anche la consapevolezza che varietà antiche di mais potrebbero non essere adatte a fronte delle nuove esigenze climatiche.

«Ma la tradizione è spesso nata dall'innovazione e quelli che chiamiamo oggi mais antichi sono nati spesso da precedenti incroci – conclude Berlendis -. Non dobbiamo quindi parlare di mais antichi bensì di mais futuri: quelli cioè che, conservati dal passato, possono diventare interpreti di un'evoluzione agronomica sana, etica e sicura».

Erica Balduzzi 

Dicembre 2018

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