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La birra all’epoca degli antichi greci

La birra all’epoca degli antichi greci

Nel mondo greco la birra non era una bevanda molto amata ma il suo ruolo nell’alimentazione, nell’economia di scambio e nei rituali era importantissimo

La birra, bevanda ottenuta con la fermentazione di cereali, è di antichissime origini. La sua scoperta è probabilmente avvenuta in diverse parti del mondo, tra cui anche la nostra penisola e nello specifico nella zona tra Piemonte e Liguria. Ne è testimonianza la piccola necropoli (Baù) a Pombia (NO) dove la cultura di Golasecca ci ha restituito un bicchiere d’impasto databile intorno al 560 a.C., collocato ritualmente sopra le ceneri nell’urna. All’interno sono stati ritrovati i resti di una probabile birra rossa di gradazione medio-alta. Fino alla progressiva diffusione dell’uva, coltivata tra la media età del Ferro (VI-V sec. a. C.) e l’età romana il ruolo della birra sul piano dell’alimentazione, dell’economia di scambio e del rituale del banchetto è stato molto importante. Nel mondo greco la birra non risulta una bevanda particolarmente amata, come attestano le fonti antiche, che celebrano il tema del simposio attraverso l’immagine del “vino schietto”, di memoria omerica, ossia una coppa di vino mischiato a due coppe di acqua, aromatizzato con miele e resine.

Il tema del simposio, unito a quello erotico-amoroso, viene celebrato in particolare dal poeta alessandrino Asclepiade di Samo (nato negli ultimi decenni del IV sec. a.C.): costui infatti in un celebre epigramma, in preda allo sconforto, annega nel vino la sua angoscia per la delusione amorosa che rende l’esistenza vuota e insignificante. Tutto intorno a lui è spento: unico rimedio al male di vivere è il vino, nell’amara e lucida consapevolezza del carattere effimero della vita. “Su di te Eros amaro tese l’arco e le sue frecce. Perché, ancora vivo, stai tra la cenere? Beviamo il succo puro di Bacco. Così breve è il giorno!” traduce dal greco Salvatore Quasimodo.

Ma, oltre al vino, i Greci conoscevano anche la birra grazie agli Egizi, che battezzarono “zythos” dalla “Zithum” egiziana, definendo spregiativamente la birra come “vino d’orzo” e considerandola una bevanda “barbara”, ovvero “che non parla la lingua greca” quindi straniera. Ad attestarlo è il passo tratto dalle “Supplici” di Eschilo (drammaturgo tragico del V sec a.C.), in cui l’autore schernisce gli Egiziani che consumano grandi quantità di birra affermando che essi “non sono uomini veri, ma uomini che bevono vino d’orzo”.

Il termine “vino d’orzo” non deve comunque favorire la confusione con preparazioni tipiche del mondo greco, come il “kykeion,” bevanda sacra dei riti religiosi misterici che si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra nell’antica città di Eleusi. Secondo Ateneo (I, 30b) la birra essa era composta da vino forte, orzo, miele e formaggio grattugiato, aromi vari ed era tipicamente consumata degli eroi omerici. Circa la consistenza di questa bevanda, la descrizione delle fonti antiche (greche e romane) sulla birra non lascia dubbi sul fatto che si trattasse generalmente di una bevanda, anche se fermentata a caldo, poco alcolica, di carattere più nutriente, depurante e tonificante che inebriante. Il termine greco “zythos” si amplierà nel tempo a comprendere in genere molte birre chiare, a bassa gradazione, ricavate dallo sbriciolamento di pani indipendentemente dal cereale usato; sarà anche un termine specifico utilizzato sempre nel mondo romano per distinguere la birra egiziana e orientale rispetto alla “cerevisia” celtica, detta anche cervogia, una birra rossa o brunastra di grande qualità con un’alta concentrazione alcolica, ottenuta mediante la fermentazione di cereali e malto d’orzo, mescolati a grano e avena.

Ottobre 2014

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