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Carlo Petrini

Carlo Petrini a Bergamo

Ai ministri del G7 di Bergamo: «Necessario istituire il Ministero dell’alimentazione e attivare politiche di cooperazione internazionale efficaci»

Riportiamo il discorso integrale del fondatore di Slow Food e ambasciatore speciale della Fao in Europa per Fame Zero: un’ottima sintesi delle tante istanze raccolte e approfondite in questi mesi e l’indicazione di una chiara direzione per un percorso di progettualità politica che tuteli biodiversità, sovranità alimentare, qualità della vita e diritto al cibo sano, per tutti

Bergamo, 15 ottobre 2017

Buongiorno a tutti e grazie per l’invito.

È un onore per me intervenire in questa importante assise e auspico che il mio modesto contributo possa esse utile ai vostri lavori.

L’agricoltura ha e avrà un ruolo decisivo sul futuro della nostra umanità, sulla sua capacità di affrontare le sfide degli anni a venire e di garantire una vita degna o meno a tutti i suoi membri, sulla possibilità di vivere in armonia con l’ambiente o di distruggere la sua casa comune.

Voglio incominciare identificando quella che a mio avviso sarà una delle tendenze principali del futuro che ci attende: lo spostamento progressivo, già in atto da anni per la verità, di grandi masse di persone dalle campagne verso le città. Un inurbamento che interessa tutte le aree del mondo e che ha come protagonisti soprattutto i giovani, che sempre più difficilmente concepiscono il proprio progetto di vita in campagna. Questo rappresenta un grande problema, sia dal punto di vista della produzione agricola che da quello della sostenibilità sociale delle aree urbane, dove il pericolo è la creazione di veri e propri deserti alimentari che rischiano di trasformarsi in ghetti.

Le principali cause di questo fenomeno sono sostanzialmente due:

• negli ultimi anni il cibo ha perso valore e la gratificazione economica di chi lavora in campagna si sta riducendo al lumicino, non consentendo di fare dell’attività agricola un mestiere appetibile e socialmente riconosciuto;

• la qualità della vita nelle aree rurali non è più consona alle attese e alle prospettive dei giovani del XXI secolo, cresciuti in un contesto globalizzato, in connessione con il mondo, con aperture e prospettive di ampio respiro.

Per affrontare compiutamente questi due fattori e invertire la tendenza, occorre pensare a un intenso lavoro di costruzione di una nuova ruralità che da un lato rispetti le peculiarità di ciascun contesto territoriale e dall’altro che sia in linea con una modernità che non si può e non si deve né arrestare né tantomeno rifiutare, semmai provare a governare.

Ecco allora che diventa necessario concepire risposte internazionali e trasversali, anche in considerazione del fatto che negli ultimi anni stiamo assistendo alla progressiva e apparentemente inarrestabile concentrazione di potere nella filiera alimentare, sempre più diffusamente appannaggio di pochissimi soggetti transnazionali capaci molto spesso di aggirare anche gli interventi dei singoli governi. Le nuove politiche alimentari (termine che preferisco rispetto a politiche agricole) devono dunque armonizzarsi ed essere pensate in un’ottica di rete per poter supportare quelle economie locali che davanti a questi potentati rischiano di essere fragili e senza strumenti. I tempi, tra l’altro, sono maturi per chiedere con forza ai governi qui rappresentati di riconoscere la piena dignità politica alla questione alimentare, creando di conseguenza uno specifico ministero dell’alimentazione in grado di farsi carico della complessità di questa tematica. Oggi già 5 dei paesi rappresentati al G7 hanno la parola “alimentazione” a fianco di “agricoltura” nel titolo del vostro Ministero di competenza (e solo nel caso tedesco l’alimentazione precede l’agricoltura), ma sarebbe il caso di portare la tematica a una nuova e più evidente centralità, non come mera appendice di un’attività produttiva. Parlare di cibo infatti non può ridursi nell’ambito della produzione, al contrario ha ripercussioni e attinenze con l’economia, la sanità, la cultura, l’educazione. I confini entro cui si estrinseca la competenza dei vostri ministeri non consentono di avere gli strumenti necessari per un’azione complessiva e trasversale quale il cibo richiede, e nello stesso tempo è certamente dall’agricoltura che può e deve partire questo nuovo paradigma amministrativo.

È indubbio infatti che sia la politica a fare la differenza. Se questa ritiene che la vera ricchezza risieda anche nella moltitudine di realtà di piccola e media scala che, come afferma la stessa Fao nei suoi rapporti più recenti, garantiscono la sicurezza alimentare in buona parte del mondo, allora l’obiettivo deve essere quello di decolonizzare il nostro pensiero e concepire queste esperienze non come forme obsolete di fare agricoltura, semmai come un modello alternativo di modernità che ha al centro il rispetto dell’ambiente, la dignità delle comunità, un futuro degno per tutti.

La concentrazione e la massificazione della produzione alimentare, infatti, favoriscono la trasformazione del cibo in commodity globale, deterritorializzata, producendo danni ambientali considerevoli e creando situazioni di dumping nei confronti delle produzioni locali. In questo modo si distruggono le opportunità dei giovani di avere un ruolo attivo e soddisfacente a casa propria. Se questo è vero in ogni parte del mondo, compresi i paesi che voi rappresentate qui, queste criticità si amplificano e assumono proporzioni drammatiche proprio in quelle aree del pianeta in cui ancora si fa i conti con la malnutrizione e la fame (il numero di persone interessate da questi problemi è poco inferiore agli 815 milioni secondo i dati Fao). È evidente allora che qualsiasi politica governativa di aiuto e di sostegno allo sviluppo non possa ignorare questa situazione di partenza. Diversamente qualunque azione, per incisiva che possa apparire, avrà poco più che l’effetto di un turacciolo per tappare la falla di una nave.

Ridare valore al cibo si può ed è un obiettivo nobile che consente a chi produce bene di vivere bene. La garanzia di essere parte di una rete mondiale e di poter utilizzare i nuovi strumenti tecnologici al servizio di una buona agricoltura, infatti, fa delle piccole e medie comunità locali non un residuato archeologico che guarda a un passato glorioso mai esistito, piuttosto un nuovo paradigma vincente di sviluppo locale, connesso con il mondo, socialmente attivo, economicamente remunerativo. Il mio auspicio è che la politica, qui rappresentata ai suoi più alti livelli, tuteli e difenda questa moltitudine di realtà territoriali e che lo faccia con un approccio allargato, che non si limiti a un singolo paese ma che sappia promuovere una nuova logica di fraterna collaborazione e cooperazione internazionale alternativa a un sistema globale che le uccide.

Il concetto di libero scambio in senso classico, che si concretizza nei grandi trattati internazionali, spesso non è adeguato a considerare la fragilità di questi sistemi locali che meritano cura, amorevolezza e tutela perché privi degli strumenti economici e legali per confrontarsi su larga scala. Allora la domanda che dobbiamo porci è la seguente: può esistere un concetto di libero scambio che si applichi in maniera sufficientemente elastica da non mortificare l’economia locale? Perché ci sia davvero libero scambio, non è necessario prima avere pari opportunità per tutti gli attori? E chi può garantire queste pari opportunità se non la politica?

Per concludere, ritengo che il lavoro che ci attende nei prossimi anni sia complesso e al contempo entusiasmante, ma sarà proficuo solo se le economie del primo mondo sapranno anche costruire le condizioni per un rapporto che mi piace definire di restituzione nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Non ci dobbiamo infatti dimenticare che la grandissima parte di questi paesi, forse tutti, portano ancora le ferite di secoli di colonialismo, che hanno visto tramontare a favore di un neocolonialismo estrattivo prima e di un’economia globale predatoria poi. Non solo, ma oggi viviamo la più stridente e drammaticamente ironica delle contraddizioni: chi soffre le peggiori conseguenze del cambiamento climatico sono proprio quei popoli a cui non si può imputare il degrado dei sistemi naturali. Compito di queste assise internazionali è lavorare anche per riequilibrare questo squilibrio.

Noi, come abitanti e rappresentanti del cosiddetto Nord del Mondo, se anche non siamo responsabili a titolo personale di questi processi, non possiamo evitare di sentirne il peso e il carico morale.

Ogni fondamento di politica pubblica, in qualunque ambito e a maggior ragione in campo alimentare, deve avere oggi ben chiaro questo scenario di partenza. Anche perché non c’è dubbio che la questione del cibo abbia una diretta e forte connessione con le nostre vite personali e con il nostro quotidiano, che ci piaccia o meno. Basti pensare al tema dei flussi migratori, figli di conflitti e violenze che in molti casi risiedono nella lotta per il controllo di risorse idriche e alimentari sempre più scarse. Affrontare queste cause profonde significa dunque costruire, al di là di ogni retorica, una vera politica della pace. E non è solo un atto di carità o di altruismo: le nostre stesse comunità vivranno meglio se nella pratica sapremo essere costruttori di una nuova convivenza, fatta di reciprocità e di solidarietà. Grazie.

Carlo Petrini

 

Traduzione in inglese a cura di ViceVersaGroup

To the G7 ministers in Bergamo: «We need to set up a Food Ministry and implement effective policies of international cooperation»

We are quoting the full speech of the founder of Slow Food and special ambassador of FAO in Europe for the Zero Hunger initiative. It is an excellent summary of the many reports collected and analysed over the past few months and indicates the clear direction of a political plan that protects biodiversity, food sovereignty, quality of life and the right to healthy food for all

Bergamo, 15 October 2017

Good morning to all and thank you for the invitation.

It is a great honour for me to take part in this important conference and I hope that my modest contribution may prove useful to your work.

Agriculture has and always will play a decisive role in the future of humanity: in its capacity to face challenges in the years to come and guarantee a decent life, or not, to all its members, and in the possibility of living in harmony with the environment or destroying its common home.

I’d like to begin by identifying what, in my opinion, will be one of the main trends of the future that awaits us: the progressive movement – already underway for years, to tell the truth – of large numbers of people from the countryside to the cities. This urban drift concerns all areas of the world, and is particularly prevalent among the young who, with increasing difficulty, are unable to see themselves living in the countryside. This creates a huge problem, both from the point of view of agricultural production and from that of social sustainability of urban areas, where there is a real danger of creating real food deserts that run the risk of becoming ghettos.

The main causes for this phenomenon are essentially two:

• over the past few years food has lost value and the financial rewards of those who work in the countryside are rapidly diminishing, making farming no longer an attractive and socially recognised profession;

• the quality of life in rural areas is no longer in keeping with the expectations and outlook of young people in the twenty-first century, who have grown up in a globalised environment, connected with the world and with a wide range of opportunities and prospects available.

To fully address these two factors and reverse the trend, we need to think about working hard to build a new rurality that, on the one hand, respects the unique features of each particular geographical area and, on the other, is in line with progress, which we cannot and must never stop or prevent, but, if anything, try to control.

It therefore becomes necessary to find international, cross-cutting answers, even in consideration of the fact that, over the past few years, we have been seeing a progressive and apparently unstoppable concentration of power in the food supply chain, which is increasingly becoming the preserve of a handful of transnational organisations that are often able to circumnavigate the actions of individual governments. The new food policies – a term I prefer to agricultural policies – must, therefore, be coordinated and formulated as a network to support those local economies which, when faced with these ‘potentates’, run the risk of becoming fragile and lacking the appropriate tools. The time is ripe to ask the governments represented here most emphatically to grant full political dignity to the food question, and create, as a result, a specific food ministry, which is able to take responsibility for the complexities of this topic. Today, already 5 of the countries represented at the G7 have the word “food” appearing alongside “agriculture” in the title of the ministry concerned (and only in the case of Germany does food precede agriculture). But instead of being a mere appendage to a production activity, the matter should be given a new and more obvious central role. Discussions about food, in fact, cannot be restricted solely to the sector of production: on the contrary, the matter has repercussions and a bearing on the economy, health, culture and education. The confines within which your ministers are able to work render it impossible for them to have the tools necessary for implementing the comprehensive, cross-cutting action that food demands; at the same time, however, it is certainly from agriculture that this new administrative paradigm can and must arise.

It is undoubtedly policies that can make a real difference. If these consider that the true wealth lies in the many small- and medium-sized businesses that, as the same FAO confirms in its most recent reports, guarantee food safety in a large part of the world, then the goal must be to decolonise our thinking and see these enterprises as an alternative model of innovation, at the centre of which is respect for the environment, the dignity of communities and a decent future for all.

The concentration and standardisation of food production, in fact, assists the transformation of food into a global, decentralised commodity, which causes considerable environmental damage and results in dumping, to the detriment of local products. In this way, the opportunities for young people to play an active, satisfying role at home are destroyed.

If this is true everywhere in the world – including the countries that you represent here – these critical elements are amplified and reach dramatic proportions precisely in those areas of the planet where malnutrition and hunger are still rife (according to FAO data, the number of people affected by these problems is slightly less than 815 million). It is apparent then that any government development aid policy cannot ignore this baseline situation. If it does, any action, however robust it may appear, will seem much like pushing water uphill with a rake.

Giving back value to food is possible and a noble goal that allows whoever produces well to live well.

If given the guarantee to be part of a global network and able to use new technological tools to ensure good farming practices, small and medium-sized local communities will not be just an archaeological relic that yearns for a glorious past that never actually existed, but a new successful paradigm of local development, connected to the world, socially active and economically rewarded. It is my hope that politics, represented here at its highest levels, will protect and defend this multitude of local communities and will do so by adopting an inclusive approach, which is not limited to a single country but promotes a new logic of fraternal collaboration and international cooperation as an alternative to a global system that, at present, is killing them.

The classical meaning of the concept of free exchange, which is realised in major international treaties, often fails to take into account the fragility of these local systems, which deserve to be treated with care, concern and protection as they totally lack the economic and legal tools to compete on a large scale. The question we have to ask ourselves is: can there be a concept of free exchange that is sufficiently elastic to avoid crushing the local economy? For exchange to be truly free, isn’t it necessary for all those involved to have equal opportunities to start with? And who or what if not politics can ensure these equal opportunities?

In conclusion, I believe that the work that lies ahead will be both complex and exciting, but it will be fruitful only if the economies of the First World create the conditions for a relationship - as I like to call it – of giving something back to developing countries. We should not forget, in fact, that the vast majority of these countries – maybe all of them – still bear the scars of centuries of colonialism, which declined only to be replaced firstly by exploitative neo-colonialism, then by predatory global economics. But that’s not all, today we are witnessing the most blatant, dramatically ironic of contradictions: the people suffering the worst consequences of climate change are precisely those who are not responsible for the deterioration of natural systems. It is also the task of international conferences like this one to redress the balance.

Even if we are not personally responsible for these processes, we, as inhabitants and representatives of the so-called North of the World, cannot help feeling their moral weight and burden.

Every basis for public policy, in any context and particularly in the food sector, must be perfectly clear about this baseline scenario. This is also due to the fact that there is no doubt that the food question has a strong and direct connection with our personal lives and everyday activities whether we like it or not. We only have to think about the issue of migratory flows, the result of conflicts and violence that are often due to a fight for control over increasingly scarce food and water resources. Leaving rhetoric aside, tackling these deep-rooted causes means, therefore, building a true policy of peace. This is not just an act of charity or altruism: our own communities will have better lives if in practice we are able to build a new model of coexistence based on reciprocity and solidarity. Thank you  

Carlo Petrini

 

Ottobre 2017

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