EDITORIALE
Caldo estremo e pro-lungato, in città come in montagna. Ghiacciai che si sciolgono in Ne-pal come in Antartide.
Siccità persistente in aree finora mai colpite, con conseguenze per laghi, fiumi, agricoltu-ra, cibo, consumi, co-sti economici e sociali. Eventi estremi, sempre più frequenti e intensi, che a loro volta causa-no danni all’agricoltura e alle attività umane.
Questi fenomeni appa-rentemente scollegati o contrastanti, si possono in realtà facilmente ri-condurre a conseguen-ze derivate da una stessa crisi climatica: la scienza ce lo spiega da decenni - e i fatti lo stan-no confermando - che il continuo aumento della CO2 in atmosfera genera un riscaldamento globale che, a cascata, provoca tutti i succitati fenomeni.
Ne consegue logicamente che le soluzioni che non contemplano una drastica (totale) riduzione nella pro-duzione di CO2 sono inutili, provvisori, soprattutto inefficaci palliativi, che non scalfiscono il cuore del problema: l’insostenibilità di un modello di vita e di produzione che consuma più risorse di quelle che la Terra può rigenerare e che genera troppa CO2, più di quella che il Pianeta può assorbire, di nuovo sur-riscaldando il clima e rendendo il Pianeta inospitale per la vita umana.
Cosa genera troppa CO2 in atmosfera?
E allora facciamo 1+1, andiamo alla causa: cosa ge-nera troppa CO2? Più di tutto sono le cosiddette fonti fossili, che da qualche secolo sono alla base del no-stro sistema produttivo: carbone, petrolio, gas sono la causa principale (non l’unica) di questo squilibrio, che oramai ha superato il livello di guardia.
Pur comprendendo che cambiare un intero sistema produttivo, industriale, commerciale, possa compor-tare tempi lunghi e una necessaria gradualità, do-vrebbe essere chiaro a tutti che la direzione può e deve essere una e una sola: la decarbonizzazione.
Anacronistici i tentativi di rimanere o tornare alle fonti fossili; addirittura controproducenti, se si pensa che
questa inerzia rallenta gli investimenti in energie rin-novabili ed economia circolare: chi rimane fermo, perde in competitività, lo dicono le aziende più all’a-vanguardia e lungimiranti.
E’ costoso investire nel cambiamento?
Sì, ma non farlo costa e costerà molto di più. Benzina alle stelle, petrolio e gas sono e saranno sempre più costosi e difficili da reperire, in un sistema interna-zionale che si basa sulla supremazia tra le nazioni e sull’accaparramento delle risorse. Gasdotti e petrolie-re possono essere bloccate da un momento all’altro, senza contare che queste fonti sono anche quelle più inquinanti e impattanti.
Se si pensa che il fabbisogno energetico dell’umani-tà potrà essere sempre maggiore, queste fonti fossili, scarse e inquinanti, non possono essere la soluzione, perché di base sono loro la causa della crisi energe-tica e climatica.
Gli inarrestabili (inarrestabili?) consumi di territorio e di natura, causati dalle continue ondate di cemento e asfalto per esigenze logistiche o digitali (data center) non fanno altro che rincarare la dose di città surriscal-date, con sempre meno verde, campagne con sem-pre meno biodiversità, foreste sempre meno in grado di bilanciare e rigenerare l’equilibrio climatico. Ne consegue che dal cibo al tessile, dai trasporti ai servi-zi, ogni materia prima e ogni prodotto sarà più costoso
e alcuni beni diverranno proibitivi, rimpiangendo chi invece avrà - forse - mantenuto un sistema di produzione meno performante, ma più in equilibrio con la natura e il proprio contesto am-bientale.
Tutto si tiene
L’accelerazione espo-nenziale delle con-seguenze della crisi climatica e della crisi energetica, due facce di una stessa meda-glia chiamata sosteni-bilità, ovvero “equilibrio di risorse in uscita e in entrata”, mostra una semplice evidenza: non si può pensare di inter-venire su un fenomeno o agire in un singolo ambito, senza considerare una visione d’insieme, for-se dispersa nella complessità del sistema.
Non sono solo alcuni fattori che causano effetti in-desiderati, ma tutti i fattori si intrecciano e, insieme, moltiplicano gli effetti reciproci con conseguenze tra-sversali a volte impensabili. Dal cibo al clima, dall’e-nergia alla guerra, dall’acqua al commercio mondiale, dai ghiacciai all’agricoltura, dal costo della vita alla nostra qualità di vita, dal lavoro alle migrazioni: ogni ambito è interconnesso e ha poco senso ed efficacia pensare di intervenire su uno di essi senza affrontare anche gli altri.
Solo se si comincia a intravedere la grande unità di fondo che accomuna tutti gli esseri viventi e se si per-cepisce la Terra stessa, con la sua atmosfera e il suo clima, come un unico patrimonio comune, la cui cura è condizione generatrice della nostra vita e della nostra “qualità” di vita, allora i ghiacciai del Nepal, l’asfalto delle strade, i consumi dell’Intelligenza Artificiale, la biodiversità, le Comunità energetiche rinnovabili e le banane del commercio equo solidale non rimarranno tasselli isolati, ma parte di un unico grande mosaico, che sotto i nostri occhi si sta irrimediabilmente sgre-tolando e che per questo occorre, senza esitazioni, cominciare subito a ricomporre.
Diego Moratti

















































