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Servi inutili di una transizione inevitabile

Editoriale

“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10)

“All'ombra dell'ultimo sole, s'era assopito il pescatore, e aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso” (Fabrizo De André)
 

Non vorrei scomodare inutilmente una citazione tratta direttamente dal Vangelo, ma la filosofia e l’atteggiamento del “servo inutile” l’ho sempre trovata tanto profonda e affascinante, quanto rincuorante e positiva, da equipararla all’imperturbabilità delle migliori massime della saggezza orientale.

Sapere di non avere la responsabilità dei destini del mondo, di non controllare o influire sulla miriade di fattori che influenzano il corso degli eventi, anziché scoraggiare a causa della mancata utilità specifica di un’azione, rende invece più sereno, motivante e addirittura piacevole l’agire. Sollevati da ansie di risultati, immediati o futuri, il baricentro si sposta tutto nel fare ciò in cui si crede, nel compiere ciò di cui si è convinti, pur sentendosi una goccia in mezzo a un oceano. Ma convinta e felice di esserlo.

Che c’azzecca con la transizione ecologica?

Forse una tale svolta epocale che addirittura mette in gioco la vita futura (terrena) su questo Pianeta di tutta la specie umana, altrimenti condannata all’estinzione, vale bene una messa… a punto del contesto temporale e dell’atteggiamento necessario ad accompagnare le persone più impegnate nell’ambito della sostenibilità, per vivere questo periodo di transizione in modo salutare, non solo ecologicamente.

Mi spiego. C’è chi dice che il Recovery Plan europeo sia una risposta poderosa, una discontinuità notevole negli obiettivi e nelle modalità dell’Unione Europea per contrastare la crisi climatica e questo sviluppo insostenibile per il Pianeta e per la sopravvivenza dell’uomo.

C’è chi sostiene l’esatto contrario, ovvero che al di là di obiettivi altisonanti non ci sia in questi Piani la concreta possibilità di invertire la direzione dell’attuale sistema di consumo e utilizzo delle risorse naturali, nei tempi e nei modi ritenuti indispensabili per non incorrere in situazioni di non ritorno. Non ci sarebbero vincoli precisi, scadenze e sanzioni perché gli Stati rispettino gli accordi o concretizzino gli impegni annunciati.

In Italia negli scorsi mesi è nato addirittura un ministero della Transizione Ecologica (dopo il mezzo fallimento del precedente francese), anzi, a dire il vero è caduto un intero Governo della Repubblica Italiana sull’elaborazione e sulla governance dello stesso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Piano che, dopo lunga gestazione, sortisce effettivamente un investimento mai visto prima in ecologia, digitalizzazione e mobilità sostenibile, inconcepibile fino anche solo un anno fa.

Altri sostengono però che tale ministero non sia all’altezza del nome che porta e il Recovery Plan sia un enorme Piano per apportare, sì, modifiche e miglioramenti all’economia e all’impatto sull’ambiente, ma nulla a che fare con le trasformazioni al sistema necessarie per cambiare paradigma e modello economico, per passare da un’economia del profitto e dello sfruttamento di risorse a un’economia circolare, a una società della cura, attenta al Pianeta e alle persone che ci vivono.

Il tutto in un contesto internazionale nel quale alcuni sostengono ancora che i mutamenti climatici non esistono o non sarebbero generati dall’attività dell’uomo (beh, qualcuno dice anche che la terra è piatta), altri sono convinti che la pandemia sarebbe solo un primo segnale di quello che l’uomo starebbe causando contro se stesso, per la sua stessa noncuranza degli equilibri ecologici millenari della natura.

Abbiamo visto di tutto in questi ultimi anni e ancora potrebbero emergere dieci Donald Trump a guidare le maggiori potenze mondiali oppure potrebbero salire al governo altri dieci Joe Biden che in pochi mesi virano dalla parte opposta, ciascuno annullando in poco tempo qualsiasi progresso o cambiamento fatto in precedenza. A prescindere.

A cosa serve dunque tutto ciò che facciamo, ogni singolo sforzo, ogni grande conquista o piccola azione, se poi basta così poco per andare in una direzione o in quella opposta? Se le buone e autentiche intenzioni poi si sostanziano spesso in percorsi poco efficaci o non in grado di cambiare le cose?

Cambiare un sistema complesso come la società umana, la sua economia, le sue istituzioni, non deve né spaventare per la portata delle ambizioni, né svilire la motivazione per l’impossibilità di vedere una soluzione e neppure una strada.

Può essere che ogni cosa che facciamo serva e sia efficace, ma anche che si riveli praticamente inutile.

Può essere che tante nostre azioni preparino il terreno per l’emergere di leadership carismatiche o di “influencer” in grado poi di imprimere una svolta, a livello locale, nazionale o mondiale.

Può essere che, solo passo dopo passo, si costruisca un nuovo equilibrio economico e sociale, oppure può anche essere che, innescato un processo di cambiamento, in qualche momento e per qualche circostanza non prevista, come accaduto spesso in passato, questi processi prendano un’accelerazione dirompente in grado di rivoluzionare drasticamente le cose, in maniera inimmaginabile fino a poco prima.

Quanto e quando ogni singola azione o attività possa incidere su queste evoluzioni non è dato sapere, ma sicuramente tutto concorre a quell’infinito e indefinito processo di cambiamento che è la storia, la grande storia, che fortunatamente non controlliamo, ma che, inevitabilmente, serviamo.

Diego Moratti

Maggio 2021

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