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G7 agricoltura a Bergamo. Dove sta andando il Biologico?

G7 a Bergamo

Intervento di Vincenzo Vizioli, presidente di AIAB Nazionale Associazione Italiana Agricoltura Biologica

Mancano pochi mesi all’importante appuntamento del G7 Agricoltura, che si terrà a Bergamo il 14 e 15 ottobre.

Al Convegno organizzato il 16 giugno scorso a Bergamo dagli amici del Bio-Distretto dell’Agricoltura Sociale, ho avuto modo di esprimere le attese, ma anche le preoccupazioni, di AIAB (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica) in vista di quella scadenza.

Ringrazio la rivista infoSOStenibile e il suo direttore Diego Moratti che mi consentono di ribadire senza infingimenti il mio pensiero schietto, forse poco diplomatico ma basato su dati e valutazioni difficilmente confutabili.

Dobbiamo infatti considerare che il biologico, trainato dalla crescita della domanda, è entrato in una nuova fase per la quale in pochi abbiamo davvero creduto e lavorato.

Molti sono infatti coloro che la stanno semplicemente cavalcando, mentre chi dovrebbe sostenerla, in particolare le Regioni con i PSR, fa finta di non essersene accorto, dimostrando grandi difficoltà ad abbandonare la difesa del convenzionale e mascherando quest’ultimo con un “integrato” inesistente e senza regole.

Nemmeno le associazioni di categoria, che pure hanno visto crescere il bio tra i loro stessi associati, sanno cogliere le novità intervenute, continuando a proporre l’insostenibile tesi che tutti i metodi di produzione sono buoni e offrono uguali risultati.

Dalla PAC alle Regioni

Si ricalca quello che è successo e succede con la PAC (la politica agricola europea) che ogni volta, nella fase applicativa, sconfessa i pur positivi propositi di cambiamento, penalizzando fortemente il settore biologico, com’è oggi per il greening e prima con il metodo di calcolo del disaccoppiamento.

Per l’ottenimento dei premi viene sistematicamente tradito l’impegno per una vera condizionalità ambientale, sociale e occupazionale.

Sta di fatto che questa crescente domanda di prodotto biologico (e non certo le scelte di politica agricola) sta indirizzando una crescita imponente in operatori e superfici, che verrà certificata nelle sue reali dimensioni solo tra qualche mese dai dati SINAB 2016.

Chi, come noi, opera da anni nel e per il settore, ha molto chiaro già da tempo che la crescita supererà ogni più rosea aspettativa, avvicinandosi considerevolmente a quel 20% di SAU (Superficie agricola utilizzata) che avevamo dichiarato, inascoltati, come obiettivo da porsi a stesura della nuova programmazione dei PSR, per il 2020.

Come evidenziano i dati presentati da ISMEA, quasi la totalità delle Regioni non ha investito sul biologico, mettendo in bilancio poste inferiori alla percentuale di SAU biologica già presente in Regione, non scommettendo un euro in più sul biologico e continuando a puntare su quell’integrato che ormai dal 2014 è per l’Unione Europea il minimo sindacale che le aziende devono fare e per le quali non dovrebbero essere previsti premi. Il risultato però è devastante, la misura 10 del PSR (integrato), tramite le misure aggiuntive negate alla misura 11 (biologico), sempre per la rilevazione ISMEA, prende più soldi del bio.

Chi continua a usare pesticidi, glifosato incluso, è premiato di più di chi pratica il modello di produzione biologico.

Questo oltre ad esaltare la miopia del mondo agricolo in generale e degli assessorati in particolare, va anche contro le stesse indicazioni che l’UE ha dato per i PSR, che sono quelle di mantenere (tra integrato e biologico) differenziali alti sui premi, con l’obiettivo di aumentare il biologico che contribuisce al raggiungimento di uno degli obiettivi più importanti della PAC: il contrasto ai cambiamenti climatici.

Domanda in aumento Ma i criteri si allentano

Come sempre, la società è più avanti della politica e la domanda di bio è in continua crescita e ha sbloccato le reticenze della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) e dei grandi marchi alimentari.

Ma c’è ancora scarsa conoscenza culturale e tecnica sul biologico e così, le aziende si convertono, spesso senza avere la coscienza di dover affrontare la fase tecnica di conversione e la giusta conoscenza di come affrontarla, avendo solo fretta di scappare dai meccanismi perversi del mercato convenzionale che, in nome della globalizzazione, le ha letteralmente taglieggiate sui prezzi, magari alzando anche l’asticella dei requisiti commerciali.

In questo quadro molti organismi di controllo, per assecondare nuovi e più grandi clienti, stanno favorendo conversioni lampo, con interpretazioni della norma a dir poco fantasiose e lontane dal vero bio.

La certificazione di tutto questo è l’atteggiamento verso il decreto “rotazioni” che osa ribadire un principio agronomico basilare e inderogabile nel biologico. FederBio presenta un ricorso al TAR, per fortuna respinto, e il Ministero viene criticato e subissato di richieste di deroghe, per aver stabilito il minimo della decenza agronomica in tre cicli colturali di cui almeno uno di leguminose, prima di replicare la stessa specie.

Così anche per la zootecnia, dove il numero di capi a metro quadro è solo un’indicazione media, il pascolo un optional, la deroga sugli alimenti una prassi, la scelta di razze idonee un esercizio di retorica.

La forbice tra biologico industriale o di sostituzione e biologico di prossimità, rischia di allargarsi spaventosamente. Lo dimostra anche la possibile evoluzione del nuovo regolamento dove si scontrano fondamentalmente due scuole di pensiero: quella “ortodossa” e quella che vuole allentare norme e controlli in nome del mercato.

Sembra quindi che nel prossimo futuro il nostro settore sarà sempre più caratterizzato da un dualismo tra un biologico per il mercato e un biologico sano e buono.

Un percorso inaccettabile a cui AIAB si deve opporre con forza perché il biologico è sì un metodo di produzione, ma anche il modello sostenibile di agricoltura. Ritagliarsi una nicchia di biologico sano all’interno del biologico sarebbe un fallimento.

Per noi la sostenibilità è un valore a tutto tondo perché ci interessa che il rispetto degli equilibri agro-ecologici, della biodiversità, della centralità del lavoro e dei diritti, della sicurezza alimentare, del benessere animale, del welfare sociale, siano al centro dell’attività agricola e fondamenta della sovranità alimentare.

Le alleanze, per chi vuole affermare questo modello di agricoltura sana, si devono trovare all’interno del mondo biologico ma anche e soprattutto al di fuori del mondo agricolo, tra le associazioni e i cittadini consumatori che con le loro tasse pagano la PAC e i PSR ma non hanno il diritto di decidere quale agricoltura sostenere, cioè quale ambiente e quale cibo per il futuro. Il nostro slogan “la PAC ci riguarda” è un’intuizione ancora molto valida e da sviluppare anche in previsione della fase di revisione che si sta aprendo proprio in questo periodo.

Non solo associazioni però, anche singoli cittadini, verso i quali serve una forte campagna di comunicazione per far sapere chi siamo, cosa facciamo e cosa c’è in termini di valore, dietro al nostro marchio di garanzia.

Per esempio le campagne Coltiviamo biodiversità e Coltiviamo diritti, che si soffermano, rispettivamente, sui valori ambientali, inderogabili del metodo di produzione, e su quelli del rispetto del lavoro e delle persone, entrano nel merito e sollevano problemi di democrazia, come il controllo delle sementi, dei pesticidi e del mercato agroalimentare da parte di poche multinazionali, nonché di legalità sul lavoro. Probabilmente due facce della stessa medaglia.

Il modello Bio e la garanzia AIAB

La sintesi che noi facciamo del ‘modello bio’ sta dunque anche in un marchio, il “garanzia AIAB” che, insieme all’offerta di un prodotto certamente biologico, libero da OGM e realizzato con materia prima solo italiana, afferma che tutto questo non basta e garantisce che ci sia anche il requisito della legalità nei rapporti di lavoro.

Il punto di maggior forza di AIAB è che a distanza di anni dalla sua nascita, nonostante difficoltà e cambiamenti, continua a essere il riferimento politico-culturale nonché il soggetto fondamentale di elaborazione strategica e progettuale per il mondo del biologico, per i valori che questo esprime e che oggi si stanno affermando con sempre maggior forza nella società.

Questo ruolo politico-culturale rende AIAB un soggetto di riferimento per i movimenti legati ai temi dell’agricoltura, della biodiversità coltivata, del cibo, dell’accesso alla terra e della sostenibilità ambientale, tutti temi per cui il biologico rappresenta lo strumento, allo stesso tempo tecnico operativo e di sintesi culturale. Il biologico ha bisogno di rappresentanza politica, di servizi diretti e indiretti alle aziende, di comunicazione al consumatore che deve essere il suo principale alleato.

Questi sono i cardini su cui cresce il progetto associativo AIAB sul territorio e a partire dai quali il marchio AIAB deve trovare una sintesi. AIAB è un’associazione di promozione sociale che sostiene e qualifica il territorio tramite l’agricoltura biologica come metodo di sviluppo sostenibile e multifunzionale.

All’interno di questo posizionamento c’è tutto quanto fin qui detto: la scelta dei biodistretti, dell’agricoltura sociale, del legame tra modello di produzione, alimentazione e salute, che capitalizzano il lavoro di rappresentanza, di consulenza, di progettazione, ricerca e tutte le coraggiose scelte di campo. Siamo certi che al G7 agricoltura di Bergamo, grazie anche al Bio-Distretto dell’Agricoltura Sociale e ad AIAB Lombardia, sapremo far sentire in modo chiaro la nostra voce.

Vincenzo Vizioli, Presidente di AIAB Nazionale

 

Giornata Mondiale dell’Ambiente e cambiamenti climatici: 32% di CO2 in meno con aumento del 50% del biologico

Nella Giornata mondiale dell’Ambiente che si è celebrata il 5 giugno, l’AIAB, Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica, ricorda che quando si parla di ambiente e di cambiamenti climatici, non bisogna mai distogliere l’attenzione dai metodi produttivi.

Secondo dati del 2016 che arrivano da IFOAM EU e FiBL (Istituto di ricerca per l’agricoltura biologica) se da qui al 2030 ci fosse un incremento in Europa del 50% dell’agricoltura biologica si avrebbe un abbattimento delle emissioni di CO2 del 32%.

Sulla stessa scia, l’overview scientifica fatta, nel 2015, dal Rodale Institute i sistemi agricoli convenzionali producono il 40% in più di gas-serra mentre i suoli bio hanno una funzione di carbon sink, che è mediamente quantificabile in 0,5 tonnellate per ettaro l’anno. Inoltre, l’agricoltura bio, secondo il report, usa il 45% in meno di energia rispetto a quella convenzionale e fa un uso più efficiente dell’energia.  

Luglio 2017

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