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Camminare la vita con gli zoccoli

Camminare la vita con gli zoccoli

Ermanno Olmi e la poesia del quotidiano

Da L’albero degli zoccoli a Terra Madre: il primo un film lento, di tre ore, che dipinge i tempi, i silenzi, gli odori, le parole autentiche della vita di semplici contadini della bassa bergamasca; il secondo un film documentario su un evento internazionale che ha visto contadini di tutto il mondo incontrarsi eccezionalmente per preservare un’agricoltura che sta scomparendo, soppiantata da sistemi di produzione e di consumo di massa.

Prima, in mezzo e dopo queste due pietre miliari, una vasta filmografia, che non fa altro che testimoniare la coerenza stilistica e una versatilità e capacità, che rendono impensabile non associare l’epiteto “maestro” al regista Ermanno Olmi.

Pochi autori hanno saputo unire e affrontare le istanze di una concezione del rapporto fra uomo e ambiente, agricoltura, valori tradizionali, in modo così profondamente poetico e con l’unico vero atteggiamento che può stare “dentro” queste tematiche: una ricerca intima, autentica, improntata a cogliere ed “entrare” nei gesti, nei luoghi e nelle persone che la vita contadina l’hanno vissuta, o meglio ancora, a esprimere quei gesti, luoghi e persone che incarnano e rappresentano essi stessi la vita contadina.

Nessuna interpretazione di personaggi, ma l’interpretazione della propria persona e del proprio quotidiano: era questa l’originale, gentilissima ma concreta richiesta che il famoso regista nel 1977, giunto dalla città ai borghi rurali per girare il proprio film, indirizzava agli increduli attori, che altro non furono che attori di se stessi, scelti tra le persone del posto, ricercando quei tratti, volti e atteggiamenti che potevano esprimere al meglio la realtà contadina, così come effettivamente era. Ispirandosi direttamente ai racconti e ai luoghi vissuti durante la propria infanzia, il regista tornò nelle campagne della bassa per trovare quell’autenticità di uno stile - e di una concezione - di vita, di un atteggiamento di sacrificio e dedizione alla natura, al lavoro, alla terra, immortalandolo su una pellicola che meritoriamente ha raggiunto i massimi riconoscimenti, tra i quali la Palma d’Oro e il Premio della giuria ecumenica al Festival internazionale del Cinema di Cannes nel 1978 e il David di Donatello nel 1979, per citarne alcuni.

Solo il genio e la capacità di un grande regista poteva innalzare al rango di opera d’arte universale la semplice rappresentazione e umile celebrazione di uno spaccato di vita reale, che ha l’intero mondo contadino come protagonista e non come mera ambientazione o comparsa.

Oltre alla portata innovativa del film L’albero degli zoccoli nella storia della cinematografia, a noi resta il valore incommensurabile della coerenza personale di tutta una vita spesa a indagare come quei valori, ritmi, tradizioni che scompaiono di fronte allo scorrere del tempo, possano invece rimanere parte importante e patrimonio unico di una storia, di una cultura e di una sensibilità, che ancora ci appartiene, ma che inesorabilmente ci sfugge, senza riuscire più a riconoscerla, a fermarla, a osservarla e gustarla.

Lo stupore per l’arrivo dei pomodori maturi due o tre settimane prima di tutti gli altri, grazie alla dolce saggezza di nonno Anselmo, oppure l’umanissima disarmante preghiera per la guarigione della mucca da parte della vedova Runk, o ancora il delicato rispettoso corteggiamento dei due innamorati, per non parlare dell’amaro e impietoso finale.

Scene oggi quasi improponibili e incomprensibili, per l’abitudine a una frenesia e un cinismo di una vita sempre di corsa e priva di poesia, di spontaneità, di gentilezza, di profonda semplicità. Scene che per essere comprese e apprezzate richiederebbero prima un impegnativo diploma rilasciato da una sempre più lontana e introvabile scuola di saggezza, ormai dispersa nelle nebbie della modernità, raggiungibile soltanto attraverso una lunga strada sterrata da percorrere ogni giorno, con ai piedi solo un paio di preziosi zoccoli.

Diego Moratti

 
 
Giugno 2018

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