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Buongiorno signor Ministro, buongiorno a tutti

Buongiorno signor Ministro, buongiorno a tutti

Intervento al convegno “Dove vanno le politiche agricole?” - Bergamo, 16 giugno 2017

La premessa di questo convegno la conosciamo: il sistema agricolo attuale, così come è ora, non funziona. Dobbiamo cambiarlo, e anche parecchio. Questo sistema non produce cibo vero, non produce cibo di qualità per tutti, non produce un’agricoltura sostenibile. Questo sistema produttivo non solo causa un devastante impatto ambientale sul nostro Pianeta, ma risulta insostenibile anche economicamente: senza i sussidi non starebbe in piedi.

Cosa fare allora? Come intervenire per cambiare questo sistema?

È fin troppo facile, signor Ministro Maurizio Martina, esprimere quali politiche vorremmo, chiedere di sostenere alcuni settori o perorare la causa di quelle categorie che si ritengono più meritevoli. L’elenco delle cose da fare è quasi ovvio. Come non sostenere l’agricoltura biologica, che rappresenta l’ideale del rispetto della terra, dei suoi tempi e delle sue risorse?

Come non chiedere di sostenere il made in Italy nel mondo, le grandi aziende e i grandi marchi, come Grana Padano o Parmigiano Reggiano, che a ricaduta danno sostegno a tutto un indotto, anche di piccoli produttori, allevatori, trasportatori? Aggiungiamo: è doveroso contrastare l’Italian sounding, il fenomeno dei finti prodotti italiani, incentivare una maggiore trasparenza nell’etichettatura, a tutela del consumatore. E ancora come non investire sull’educazione scolastica e sulle future generazioni, oppure sulla salvaguardia del suolo e dell’ambiente ?

Una lista di richieste tutte legittime. Tutte necessarie. E ogni volta il Governo di turno va incontro alla categoria (lobby) che reputa più meritevole, o più “rappresentativa”, o a quella che protesta più forte.

L’impressione è, Ministro Martina, che assecondando ora l’una ora l’altra esigenza, non si possa andare molto lontano rispetto al punto in cui ci troviamo oggi, semplicemente perché non si produrrebbe un reale cambiamento del sistema nel suo complesso, che si riproporrebbe uguale nelle sue logiche di fondo.

Se si vuole incidere veramente sul sistema agricolo-alimentare, non basta modificare l’elenco delle priorità, ma occorre capovolgere il modo di concepire - e di percepire - questi interessi come contrapposti.

Occorre trovare - nel concreto - una diversa modalità con cui formulare nuove politiche in risposta a queste esigenze, apparentemente opposte. Promuovere i piccoli produttori o i grandi marchi? Sostenere l’agricoltura “bio” a km zero oppure l’export e il made in Italy nel mondo? Incentivare settori tecnologici-innovativi oppure le coltivazioni tradizionali a conduzione familiare? Questa contrapposizione è sbagliata, è deleteria, soprattutto è fuorviante.

Per ben due motivi. Fuorviante perché questa contrapposizione non favorisce una mentalità in grado di ascoltare e comprendere le rispettive istanze ed entrare nel merito di una evidente complessità, nella quale interagiscono una pluralità di fattori e dinamiche spesso sfuggenti.

Ma soprattutto questa contrapposizione è fuorviante nei fatti, perché genera strategie e obiettivi sbagliati e politiche inefficaci, che semplicemente non risolvono i problemi. Contrapporre i diversi interessi porta a delineare soluzioni aleatorie, fa perdere di vista gli obiettivi comuni di tutto un sistema, non permette di costruire - o meglio di coltivare - quel terreno comune capace invece di ricreare un equilibrio condiviso, basato su un senso di comune appartenenza a una stessa comunità.

Una visione parziale e parcellizzata della società e dell’economia mondiale non consente di vincere la sfida della modernità. L’immagine della Coca-cola in copertina sul precedente numero di infoSOStenibile non è affatto una provocazione. È, a tutti gli effetti, una indiscutibile realtà. Pensiamo forse di sfidare le multinazionali sul terreno della globalizzazione, che le ha portate a spadroneggiare? Queste gigantesche società possono comprare i giornali, le televisioni, i centri commerciali, possono comprare i politici e, con una pennellata di greenwashing, possono comprare la mentalità della gente e presentarsi addirittura come eticamente sostenibili e “senza olio di palma”.

Signor Ministro, l’unico modo per riportare in equilibrio questo sistema ormai fuori controllo e troppo complicato, è ricondurre almeno una parte di esso “sotto” il controllo consapevole della propria comunità, a partire da quella locale, territoriale. È necessario circoscrivere un ambito, non solo geografico, di “intervento”, di conoscenza e di azione, un ambito in cui le dinamiche di produzione, trasformazione, commercializzazione tornino a essere semplici, trasparenti, pubblicamente riconosciute e tutelate. Alla luce di scelte (e politiche) alimentari esplicite e condivise.

Come?

Occorre ridare alle economie locali, ai distretti agricoli, alle comunità territoriali, la possibilità di presidiare e di ri-organizzare i sistemi locali del cibo, quanto meno per quella parte di produzione e consumo che può ricadere entro una “relazione locale”. Dall’agricoltura all’alimentazione, dai negozianti ai ristoratori, dall’educazione scolastica all’informazione al consumatore.

Occorre circoscrivere un’area in cui riportare alla semplicità e chiarezza le dinamiche di una filiera smarrita: ambiente, produttori, mercati, famiglie. E questo sotto la “tutela” delle istituzioni.

Ciò permetterebbe di rivoluzionare nei fatti un intero sistema, di elaborare politiche dal basso, dai territori e di promuovere consapevolezza a partire da una comunità di cittadini. Affiancando e non sostituendo altri “luoghi” di formazione di politiche, né estraniandosi da logiche globali comunque presenti.

Esempi da cui partire ci sono: proprio a Bergamo, dove ci sarà il G7 agricoltura, è stato istituito un tavolo agricoltura comunale che riunisce varie realtà associative che si confrontano periodicamente; oppure ancora si può partire dalla significativa esperienza del consiglio metropolitano del cibo di Milano, solo per citare alcuni possibili progetti pilota già esistenti. Occorre però una campagna pubblica e nazionale, perché questi fenomeni di governance locali del cibo necessitano di un indispensabile impulso e riconoscimento istituzionale, che dia loro un valore e un’autorevolezza riconosciuta e li metta in condizione di interagire e soprattutto di agire.

Signor Ministro Martina, quello che serve in definitiva è una direzione politica innovativa e coraggiosa, una visione rivoluzionaria, non nelle parole, ma nel metodo e nella sostanza. La vera rivoluzione politica non è modificare ogni volta l’elenco delle buone azioni, ma invertire nei fatti l’attuale modalità di composizione degli interessi e riannodare il legame perso tra comunità ed economie locali.

Diego Moratti

Luglio 2017

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